7-7-2007 di Antonio Manzini (30/16)

7-7-77-7-2007 è forse il romanzo più riuscito di Antonio Manzini, almeno dicono.

Io non li ho letti tutti: dopo aver divorato Sangue Marcio, il suo romanzo di esordio, ambientato in una L’Aquila insolitamente violenta, non avevo continuato la frequentazione con questo autore prolifico e brioso, sì, ma abituato, in maniera per me insopportabile, a prevedere finali aperti alle sue storie.
Se ho rotto ogni indugio, stavolta, è stato per il titolo.

Nei primi dodici anni del XXI secolo, infatti, siamo stati in molti a fantasticare sulle date “triple”, in cui giorno, mese ed anno sembravano avere uno stesso numero e suggerire, così, un senso a questa vita insensata.

Sono stata fortunata: 7-7-2007 è un prequel, non ha bisogno, quindi, delle conoscenze pregresse che rendono difficoltoso non seguire l’ordine di uscita dei romanzi con protagonista seriale.
Conoscevo già Rocco Schiavone, il protagonista, dai racconti nelle sillogi gialle della Sellerio e ne avevo apprezzato l’arguta brutalità con cui corazza il cuore convalescente.
In 7-7-2007 viene finalmente svelato chi, come, quando e perché ha frantumato quel cuore.
La scena del primo crimine è una cava di marmo. Un fulmine, per me, che quando visitai le cave di Fantiscritti, a Carrara, mi dissi che qualcuno avrebbe prima o poi dovuto scrivere del rosso acceso del sangue su quel candore abbagliante: eccomi ben servita, dunque.
L’azione si svolge poi fra le vie e i garage di Roma e si permea del cinismo disperato con cui i romani si difendono dal mondo.
Ecco per esempio come Caterina dipinge le sue origini: “ho avuto un padre assente e che quando era presente era meglio restasse assente, e una madre invece presente che sarebbe stato meglio fosse stata assente”.
Ed ecco come vengono liquidate le poesie troppo ermetiche di un preside: “SI nasconde dietro uno stile molto criptico, perché credo che in realtà non sia trasparente il suo pensiero. Insomma, più che uno stile il suo è un rifugio“.

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