L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio (9/17)

L’Arminuta (che si pronuncia scandendo la r e la m e assottigliando la i fin quasi all’afasia) è un romanzo scabro, a tratti scabroso, raccontato con invidiabile felicità narrativa da Donatella Di Pietrantonio.
All’indomani del suo primo libro, Mia madre è un fiume, assistetti ad una presentazione partecipatissima, che in qualche intervento mi sembrò al confine con la terapia di gruppo.
La dote principale di Donatella Di Pietrantonio continua ad essere quella: individuare un grumo irrisolto nel passato di ognuno e scioglierlo catarticamente a partire da una trama ferina e selvaggia come l’Abruzzo viscerale che ne è palcoscenico e insieme protagonista.

Chi non ha mai pensato di essere il “fratello povero”, destinatario di meno amore da parte dei genitori?
La protagonista ha due famiglie e non ne ha nessuna.
La prima la cedette in fasce a cugini abbienti che non avevano figli, la seconda la restituì con tante grazie quando sembrò che la bambina non trovasse più una collocazione nelle mutate esigenze familiari.
Il passaggio dall’agiatezza all’indigenza, dal mare alla montagna, dalla comunità pescarese all’anonimo borgo di campagna svela molto dell’Abruzzo, moltissimo del determinismo geografico a cui siamo soggetti.
I personaggi sanguigni e veraci che circondano l’Arminuta contribuiscono a dar credibiità e nerbo a una trama affascinante, che, già nel titolo, si candida ad essere la risposta abruzzese ad Accabadora di Michela Murgia (che infatti le dedica una puntata nel suo spazio in Quante storie, meravigliosa rubrica di videorecensioni).

A L’Arminuta, che condivide con l’antecedente sardo felicità narrativa e cura nei dettagli, auguro anche lo stesso successo.

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