Ballata di un amore incompiuto

Doveva giungerci da Parigi l’opera di un haitiano perché il terremoto di L’Aquila avesse un’eco anche letteraria. Dalembert è la persona giusta per raccontare questa storia dura e commovente insieme: anche lui è un immigrato, anche lui ha vissuto il dramma di un terremoto, anche lui, da professore universitario, si è scontrato con la supponenza aquilana e ha saputo vincerla per scoprire quanto di buono e onesto serbano gli abitanti di questa sfortunata città.

La trama è presto detta: Azaka giunge a L’Aquila dall’altra parte del mondo. Fatica ad inserirsi nell’ambiente aquilano, chiuso e xenofobo, ma, a poco a poco, vince le riserve degli autoctoni con la sua allegria e con la dedizione al lavoro. Comincia a farsi conoscere come lavavetri: in silenzio, l’anziano proprietario di una copisteria lo osserva e ne apprezza la caparbietà e il sorriso. Stanco del lavoro, per evitare che i figli vendano il negozio in cui ha passato buona parte della sua vita, l’uomo propone ad Azaka di rilevare l’attività. Quando Mariagrazia irrompe nella sua vita, il giovane è già imprenditore. Il loro è un vero colpo di fulmine, che sfida le incomprensioni degli amici e i commenti al veleno di chi, senza conoscerli, considera la loro una storia di compromesso fra reietti. Nell’aprile 2009, la coppia, da poco sposata e in attesa di un bimbo, vive nel Borgo delle Cipolle, a pochi chilometri dal capoluogo, e ha in parte superato la diffidenza e il pettegolezzo dei compaesani. Le prime scosse di terremoto rievocano in Azaka un trauma infantile: nella sua terra d’origine, infatti, a causa di un forte sisma, rimase per tre giorni sotto le macerie. Riuscì a salvarsi, ma la sua famiglia fu duramente provata dall’evento. La sua ingenuità di bimbo si dileguò alla doppia notizia dalla morte del fratello maggiore, a cui era legatissimo, e della vile fuga del padre, che aveva approfittato della confusione susseguente alla catastrofe per fuggire insieme all’amante alla ricerca di una nuova vita. Nella sua nuova vita italiana, Azaka sembra aver messo alle spalle il passato: riesce addirittura ad ironizzare sulla paura dei familiari per lo sciame sismico. L’Aquila non è città del terzo mondo: le case sono solide, i controlli sono accurati. Che cosa ci sarà mai da temere? Quando, la notte del 6 aprile 2009, una forte scossa la distruggerà, Azaka dovrà superare gli spettri del passato ed affrontare il drammatico presente.

La violenza della terra e la miopia degli uomini, che hanno costruito in maniera irrispettosa del territorio, sono le concause di una tragedia svelata senza lirismi né esagerazioni. Lo sguardo acuto dell’autore arriva a individuare i punti di forza e di debolezza di una gestione dell’emergenza che parve miracolosa e che oggi si scopre altrettanto scandalosa Per buona parte del libro, però, la questione dell’emigrazione e del razzismo assume un ruolo preminente: Azaka vive in prima persona la diffidenza venata di curiosità che i provinciali rivolgono allo straniero.

La ricostruzione della vita in provincia è l’altra faccia di questa medaglia.

Gli aquilani, così testardi, così chiusi, così orgogliosi, ma anche così generosi con chi sa guadagnarne la fiducia, sono fotografati nella vita quotidiana, attraverso i discorsi con i suoceri, con gli amici, con i datori di lavoro. La tecnica straniante utilizzata da Dalembert permette che vengano lumeggiati per opposizione i diversi modi di vivere del “forestiero” e dell’aquilano.

Dalembert non cede mai la parola ai suoi personaggi: il punto di vista della narrazione è sempre, rigorosamente, esterno, per evitare un surplus di commozione. Il passaggio dal presente al passato e di nuovo al presente permette l’alternanza di momenti drammatici ad attimi di respiro e quasi di gioia

Chi vorrà leggere in chiave sociologica questa storia, potrà apprezzare lo sforzo documentario e la lucidità di analisi sulle convenienze e le convivenze politiche sulla scia degli eventi. Non bisogna comunque dimenticare che “Ballata di un amore incompiuto” è un romanzo, ed è un romanzo completo: le parti drammatiche sono bilanciate da pagine più ariose secondo un ritmo musicale che mutua i suoi tempi dalla ballata. L’amore interrazziale fra i protagonisti è narrato con delicatezza e pudore, mentre ha del comico l’osservazione perplessa delle “stranezze italiane”: la mania per il matrimonio, la presenza pressante della famiglia d’origine nella vita di una coppia, l’ossessione per il cibo, il pettegolezzo diffuso. Dalembert mira ad un’opera universale: per questo le origini di Hazaka sono volutamente vaghe. Si riconosce Port au Prince, freme tra le righe una gioia di vivere tutta caraibica, ma l’autore lascia nel vago le coordinate geografiche, appunto perché ogni lettore possa riconoscersi nel protagonista.

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