Barete, terra d’esilio

Comincio da qui, da questo paese che ha il lutto nel nome.

Comincio da qui, dove chiamo “casa” una casa non mia.

Comincio da qui, dove vivo provvisoriamente da quasi un lustro.

Io questo paese non lo conosco. Non percorro le strade, non saluto gli abitanti.

Guardo nostalgica dalla finestra lo scorcio che è orto, e poi strada, e poi baracca, e poi collina e sogno il mio smog, i clacson, l’asfalto, il cemento.

Se c’è il sole la bellezza della natura mi rapisce, se c’è la pioggia mi avvilisce, prepotente, quella stessa natura che mi aveva entusiasmato magari due ore prima.

Barete è un quadrilatero di strade: le macchine transitano veloci verso altre mete, ingorgano, sporcano e non si fermano, come se il coacervo di case disordinatamente disposto ai lati fosse paesaggio, non civiltà.

Sono l’unico pedone. Cammino per osservare e non vedo niente. Le proprietà sono separate fra loro da grigi muri in cemento, che bloccano il lavoro degli occhi e chiudono in una gelosa privacy i resti di un prospero passato prossimo, quando i figli (che ora sono nonni) emigrati a Roma tornavano d’estate, trasformavano in ville i latifondi disordinati del passato e costruivano, senza stile e senza misura, grandi casi per piccoli nuclei familiari, che nel corso di qualche decennio si sono assottigliati fin quasi a sparire.

Qui trovi il pastore con il suo gregge in un giardino, il SUV parcheggiato vicino al trattore, il professore e il contadino a bere vino nello stesso bar. C’è tutto, ma non c’è chi lo sfrutti: supermercato, macelleria, poste, asilo, presidio medico, farmacia, pizzeria, bar, tutti stretti in una manciata di metri, tutte cattedrali in un deserto di vita.

Dove c’era la piazza, stonano oggi con i loro colori vivaci i MAP post terremoto, quartiere moderno popolato da gente antica. Sono vecchi anneriti dal sole, induriti dai sacrifici, piegati dall’osteoporosi e dalla vita, ma ancora forti, pronti a camminare due ore per raccogliere la cicoria, quella buona che nasce in un posto segreto noto solo a loro, o per verificare la veridicità di qualche succulento pettegolezzo, che al paese non manca mai.

Dietro i MAP cade a pezzi il passato. Vecchie case puntellate, vie strette come capillari sclerotizzati, erba nelle strade, abbandono. Barete ha girato le spalle al suo passato, ma non vede futuro.

A meno di un kilometro dal paese, ci sono le glorie locali: un mulino che ancora macina ad acqua, vivacizzato dal brio dei proprietari, una chiesa antica vicino al cimitero, squarciata da recenti scavi archeologici che ne hanno fatto un museo in situ, bello e chiuso come buona parte del patrimonio artistico italiano.

Un imprenditore bravo saprebbe bene che cosa farne di Barete: siamo nel Parco Nazionale del Gran Sasso, che diamine! C’è un altipiano bellissimo e assolato, c’è un fiume chiaro e allegro, ci sono montagne misteriose e fitti boschi. C’è L’Aquila a quindici chilometri, c’è Roma vicina, geograficamente a Nord di questo centro meridionalizzato dall’abbandono.

Ma un imprenditore bravo non può nascere qui, dove i bimbi hanno imparato il misoneismo prima dell’alfabeto, la diffidenza prima della parola. E ci teniamo i nostri monti senza sentieri, il nostro fiume senza parco fluviale, il nostro altipiano senza pista ciclabile, la nostra disperata inerzia senza futuro.

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