Barletta

Ho una mia teoria: la felicità interna lorda di una zona è inversamente proporzionale al numero di banche presenti sul territorio.

Ne ho avuto folgorazione trascorrendo a Barletta il weekend da 21 al 22 giugno 2014. Arrivavo al centro storico con tutti i peggiori pregiudizi del caso: mi aspettavo sporcizia, delinquenza, abbandono, parassitismo e in cuor mio maledicevo mio marito che si era aggregato in questa gita dalla meta insolita a suo fratello e alla moglie.

Consideravo, insomma, quel fine settimana poco più che una corvéé familiare. Inutile dire che mi sono ricreduta velocissimamente e non solo perché le nubi che ci accompagnavano dall’Abruzzo sono state sgominate dal sole appena giunti a destinazione.

Ci siamo trovati in un contesto sociale vivacissimo, fatto di forni, pizzerie, ristoranti, negozietti, tavoli all’aperto, gente in strada, profumi deliziosi di cibi e di fiori sul corso, echi di risate dai crocicchi in strada (da quando non percepivo più questo clima allegro?)

Non sono riuscita a prelevare soldi dal bancomat, ma il prezzo della vita lì è tanto più basso rispetto a noi che con i pochi contanti in tasca sono riuscita comunque a mangiare bene e a visitare la città: lo stile di vita di Barletta è secondo me la risposta all’annosa crisi finanziaria che ci distrugge. Si spende poco, ma si spende tutto quel che si ha, donandosi con la stessa generosità alla vita.

CI siamo gettati subito nella mischia, alla ricerca delle suggestioni legate alla nota diffida. Subito abbiamo trovato la taverna dello scontro, ben restaurata, visitabile gratuitamente e arricchita dall’esposizione di costumi d’epoca. Nelle stradine in salita che intersecano il corso, invece, abbiamo immaginato quei momenti eroici. Cattedrale e castello sono vicinissimi fra loro e creano un colpo d’occhio bellissimo. Ci siamo dedicati innanzitutto alla vista del maniero, che ospita al piano terra reperti artistici “illustrati”. Sì, gli intelligenti responsabili del museo, consapevoli che molto spesso i visitatori si trascinano da una stanza all’altra senza capire molto, hanno dotato le opere principali di pannelli esplicativi guidati che, senza le lungaggini da guida turistica, insegnano ad osservare i dettagli.

Ancor più piacevole, secondo me, la visita al piano superiore in particolare per la Collezione Cafiero, un insieme di oggetti di vita quotidiana durante la belle epoque.

Tra bigliettini di invito al ballo, strumenti medici di precisione, occhiali e pincez nous, sono riuscita ad assaporare davvero il sapore dell’epoca, quello che avevo solo intuito leggendo tanti romanzi del periodo. Arrivati al belvedere superiore, abbiamo trovato un panorama talmente magnifico, fra il blu del mare e la brezza a lenire la calura, che non ci saremmo spostati per nulla al mondo. E’ proprio un peccato che un ecomostro industriale sul mare, proprio di fronte al castello, deturpi la bellezza del luogo.

Risalendo il corso ci siamo imbattuti in una processione di notabili vestiti da templari, accompagnati dalle dame di san Vincenzo, che, uscendo dalla minuscola chiesa di san Pietro, si dirigeva in cattedrale. Curiosi, ci siamo intrufolati e abbiamo assistito ad un fenomeno di cui non trovo riscontro nelle notizie su Internet, ma che sicuramente è ciò che ci ha più stupito dell’intera vacanza barlettana. Al momento dell’elevazione, infatti, il sole che filtrava dal rosone, al cui percorso nella navata non avevamo fatto troppo caso, si è concentrato sull’altare, che, illuminato a giorno, ha trasmesso in noi fedeli la sensazione netta della presenza di Dio nel luogo.

So dalle conferenze che anche nella nostra basilica di Collemaggio durante l’Equinozio avviene un fenomeno simile, probabilmente prerogativa delle chiese di origine templare, ma la suggestione della vista ha zittito per un attimo il raziocinio nozionistico.

Tornerò a Barletta, e ci tornerò presto: devo ancora apprezzare e opere della pinacoteca Michetti e guardare per intero il Colosso Erculeo sul corso, che per ora ho solo potuto sbirciare fra le impalcature. Devo visitare la vicina Canne della Battaglia, ma soprattutto devo far scorta e tesoro di quella gioia di vivere che a L’Aquila sembra ormai smarrita.

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