Breve corso di felicità di Raffaele Morelli (27/2017)

Con Breve corso di felicità, Raffaele Morelli dimostra di aver bene appreso la lezione di Eraclito: tutto scorre.
L’infelicità nasce nel tentativo vano di fissare qualcosa che per sua natura è transeunte.
Ripetere come dogmi le proprie convinzioni, vivere di principi, di ricordi, di preoccupazioni significa togliere nerbo e forza alla vita, che fluisce e stupisce se ci si abbandona.
Se invece si ostacola questo fluire naturale e ci si àncora ad un passato che più non vive o ci si proietta in un futuro che non si può progettare, il presente ne soffre.
Iscriviamoci dunque a questo Breve corso di felicità: abituiamoci a riconoscere le sensazioni, ad accettarle e poi a liberarcene.

Se ci sentiamo tristi, viviamo a pieno questa condizione senza cristallizzarla: domani saremo allegri, forse.

Effettivamente, se vivessi oggi la vita che sognavo per me a vent’anni, quando non conoscevo stanchezza e mi auguravo serate da ricordare, impegni da ottemperare, soldi da reinvestire, sarei solo più stressata, non certo più felice.
Il giovanilismo oggi di moda è, secondo Morelli, il passepartout per l’infelicità: “La prima parte della vita, con tutti i suoi progetti e le sue illusioni, è bene o male dedicata alla semina. Arriva poi per tutti il momento della vendemmia, ma molti fingono di non accorgersene, cedendo alle lusinghe di un’eterna e vanesia giovinezza, e insistono in una semina infruttuosa, sterile e fuori stagione. Così facendo, rinunciano a far fruttificare la propria esperienza”.
Lasciarsi andare, dunque, non autodefinirsi, reinventarsi, aprirsi ad ogni esperienza…e quando il futuro arriva?
Che farà d’inverno la cicala che in estate ha assecondato le sue pulsioni naturali perché “del doman non v’è certezza?”
Spero proprio che non sia Esopo a fornire la risposta esatta a questo quesito.
Spero proprio che al breve corso di felicità che ci disarciona dalle nostre responsabilità non faccia seguito un lungo corso di povertà fisica e morale.

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