Lo show cooking di Carmelo Chiaramonte: letterati a tavola

Created with Nokia Smart CamMetti una sera all’Auditorium di Roma.

E metti uno chef di grido, Carmelo Chiaramonte, cuciniere errante in Ciociaria, che promette uno show cooking sui piatti preferiti dei grandi autori italiani.

La letteratura che sposa la cucina: si può immaginare un contesto più bennylandiano di questo?

La realtà non è stata forse all’altezza delle aspettative: i piatti proposti erano poco più che spuntini, di cui non è stato possibile l’assaggio, ma solo una fotografia al di qua delle sbarre. Carmelo Chiaramonte, poi, parlava prevedibilmente come un cuoco, non come un letterato e delegava la cucina a un aiuto.

Ho ricavato tuttavia dall’evento un grande numero di aneddoti e curiosità che voglio condividere con voi.

Il mangiare in pietra di Elio Vittorini, ad esempio, ha di fascinoso solo il nome: nei fatti indica un vassoietto con pezzi di arancia, finocchio, cipolla e formaggio speziato di pepe, la sua passione, da consumare senza aggiunta di olio in un piatto precario che ricorda i nostri spuntini.

Salvatore Quasimodo ama le cozze, per la loro forma che ricorda un sorriso, e le cucina in casseruola con maggiorana e aglio in camicia, annegandole poi nella ricotta. Queste cozze scoppiate sono, secondo lui, un piatto sottocutaneo.

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Vincenzo Consolo, invece, ragiona da intenditore: la sua aragosta deve provenire dalle Isole Eolie e deve essere cucinata solo il giorno dopo la sua morte, accompagnata poi da un bel bicchierone di giulebbo, bevanda siciliana dal sapore dolcissimo.

E a proposito di bevande, sapete che faceva Raffaele Poidomani quando si sentiva costipato? Bagnava i petali di viola nella gassosa, li lasciava in infusione in frigorifero per mezz’ora e poi beveva. Solo così poteva fare i ruttini profumati. Chiaramonte giura che lo stesso procedimento è valido con tutti i fiori. Questa, amici, bisogna davvero provarla!

Allontanandoci dalla Sicilia, il pensiero va a Carlo Emilio Gadda, il primo a intuire la commistione fra letteratura e cibo, entrambi metafora della vita. In Verso la Certosa, l’autore svela un piccolo segreto culinario: grattugiare su un risotto alla milanese, cotto nel brodo di toro non pensionato e circondato di burro, qualche mandorla.

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La testa di porco con lingua d’aragosta cucinata al povero Cosimo Piovasco di Rondò dalla sorella Battista

Il risotto di Gadda

Italo Calvino, poi, durante infanzia e adolescenza non mangiava certo prelibatezze comuni ai suoi coetanei: il padre Marco, biologo, fu il primo ad introdurre in Italia piante esotiche e rare, come l’avocado e l’agave. Eco di queste cucine esotiche risuona nelle prime pagine de Il barone rampante: Battista, sorella di Cosimo Piovasco di Rondò, si dava a una serie di insoliti esperimenti culinari, fra i quali Carmelo Chiaramonte ripropone per noi una testa di porco, la cui lingua è sostituita da un’aragosta rossa che ha fra le pinze, appunto, la lingua del maiale.

Per parlare del golosissimo Giacomo Leopardi, Carmelo Chiaromonte ha invitato un ospite d’eccezione, Antonio Tubelli, che al poeta recanatese e alla sua passione per il cibo ha dedicato un bel libro. Leopardi, dunque, da bambino era spesso privato del cibo perché la madre era convinta che digestioni laboriose potessero danneggiare un figlio così gracile.

Carmelo Chiaramonte e Antonio Tubelli
Carmelo Chiaramonte e Antonio Tubelli

Da adulto, però, si prese le sue belle soddisfazioni: anzi, fu la gola a condurlo alla morte. Non a caso, fu ritrovato morto dopo aver mangiato, per dessert, due chili interi di confetti cannellini di Sulmona, di cui era ghiottissimo.

Giacomo Leopardi, ci racconta Tubelli, aveva numerato le sue quarantanove ricette preferite. Tra le prime, compare il tonno alla cacciatora, che si rosola in un intingolo composto da aglio, rosmarino e alloro. Anche di questo, Carmelo Chiaramonte ci ha fatto annusare il profumo e ammirare i colori ma non abbiamo gustato il sapore.

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