Chirù di Michela Murgia (53/2015)

WP_20151128_001Non fidatevi di Chirù.

Quando meno ve lo aspettate, ve lo troverete sottopelle.

Inizialmente vi sembrerà che non sia lui il protagonista dell’omonimo libro di Michela Murgia.

È troppo affascinante l’io narrante, un’artista, una donna fiera e appassionata che cerca di giungere a patti con la bimba che è stata.

Non vuol figli chi da figlia ha sofferto. Non vuol compagni chi si accompagna al proprio narcisismo.

Chirù è per lei un surrogato ambiguo, un “quasi uomo”.

Quello fra loro è un patto faustiano: l’esperienza di lei in cambio dell’innocenza di lui; lo stupore di lui come mercede alle scaltrite conoscenze di lei.

E la parte del demonio non sembra proprio incarnarla Chirù.

La Sardegna ancestrale di Accabadora pare sullo sfondo, in certi complessi comportamenti del padre: le liti durante le Feste, il malumore sempre regnante nei momenti che il mondo consacra alla felicità nascono dalle antiche vendette barbaricine, che si legavano al Natale, alla Pasqua, perché la festa fosse sempre inondata dalle lacrime del ricordo.

Chirù, con la sua freschezza, col suo mondo pulito fatto di amori giovanili e amici del cuore, parrebbe fuori dal circolo di dolore: eppure, in un incontro teso e terso tra la protagonista e i genitori del ragazzo, che non capiscono le ambizioni del figlio né il ruolo della donna, si ha come un barlume di consapevolezza: “Ci separavano vent’anni e due storie diverse come il giorno lo è dalla notte, eppure sul divano della caffetteria ebbi la certezza che quel ragazzo sapesse quanto me che c’erano molti modi di essere orfani, e che avere genitori morti fosse solo il più facile da spiegare […] Davanti alle tazze sporche di un caffè preso malvolentieri, sapevo di non aver più bisogno di spiegargli che una famiglia è il posto dove essere sangue del sangue significa essere l’uno la ferita dell’altro”.

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