Decamerino di Gigi Proietti (8/16)

DecamDecamerino: che titolo arguto!
Gigi Proietti, gran mago dei giochi di parole, ha voglia di raccontare.
Non segue un copione, non circoscrive il discorso: ricordi di vita si sommano a invenzioni drammaturgiche e si fanno espedienti per divulgare una gran quantità di sue poesiole in romanesco.
Il Decamerino diventa così un minestrone di guizzi, lazzi, intuizioni, disordinato e caotico nel desiderio di mimare la realtà.
non è il libro che speravo: quanto avrei gradito la “solita” autobiografia!
Tutte le invenzioni teatrali del libro, allontanando il discorso dall’argomento che mi interessava, cioè l’ambiente artistico in cui proietti si è formato, mi sono parse moleste.

I sonetti, ad esempio, sarebbero stati gradevoli se accompagnati dalla voce e dalle pause di Proietti, ma buttati lì su carta sono quasi d’intralcio.
Analogamente le gesta del clochard Giubbileo (sic) mi hanno lasciata molto fredda. Che cosa ho gradito, dunque?
Soprattutto le invenzioni linguistiche: lo “schiumante” per festeggiare, le “pupe ranciche“, col loro trucco pesante per coprire l’età, l’impronunciabile grammelot con cui si prepara ad andare in scena: “Pietro potrà proteggerla“, quasi impronunciabile per noi umani.
Poi, qualche citazione. Ho trovato irresistibile la considerazione di Petrolini per cui “L’amore è un pizzicore/che sale fino al cuore/ e poi con gran sollazzo/discende un po’ più giù”. Infine, l’insospettabile nostalgia per il passato, che emerge nel racconto divertito di qualche suo scivolone del tempo che fu.

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