Dizionario della stupidità di Piergiorgio Odifreddi (39/16)

OdifreddiSTUPIDITA300dpiA me, che sono donna di calde passioni, Odifreddi è antipatico fin nel nome.
Ciò non mi ha impedito di leggere con diverso grado di diletto molti dei suoi scritti e di considerare un vero spasso il suo ultimo lavoro: Dizionario della stupidità.
Nessuno infatti vede a fondo le proprie debolezze, ma tutti sono pronti a puntare il dito contro quelle altrui.
Ogni lemma di questo Dizionario della stupidità, dunque, concede il piacere di farsi giudice delle castronerie stigmatizzate da Piergiorgio Odifreddi o addirittura dell’autore stesso, quando è  lui a sostenere idiozie, come, ad esempio, nell’attacco infantile al liceo classico che sembrerebbe scritto da un adolescente al suo primo quattro in greco.
La struttura di questo Dizionario della stupidità non è nuova: il primo a compilarne uno fu il Flaubert del Dizionario dei luoghi comuni, l’ultimo (che io ricordi) Giuseppe Culicchia con Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità.

Dove Culicchia stempera l’indignazione con l’ironia, Odifreddi pone al vaglio della ragione le incongruenze della credulità popolare, le polverizza con qualche frase sferzante, le sfalda attraverso un uso attento e ragionato delle citazioni.
A farne le spese è innanzitutto la religione, sbeffeggiata come superstizione da trogoditi, poi la letteratura, così invasiva nelle scuole, perché disabitua alla disamina razionale.
Eppure solo quattro anni fa, a L’Aquila, ho ascoltato Piergiorgio Odifreddi, per una volta ispirato e magnetico, tessere le lodi di Epicuro, scienziato in pectore, ma soprattutto poeta eccelso.
Due scelte, in Dizionario della stupidità, tradiscono un certo populismo editoriale: i fatidiosi rimandi ad altre parole chiave e la lunghezza standard di una pagina per ogni lemma, a causa della quale alcuni argomenti sono troppo diluiti, altri troppo compressi.
Tuttavia ho destinato diverse pagine del mio zibaldone al Dizionario della stupidità.
Sapevate ad esempio che ogni volta che Einstein sentiva nominare Bergson chiosava “Che Dio lo perdoni!”?
O che non siamo noi ad essere disorganizzati, ma una legge precisa di sociologia, detta di Parkinson, a decretare che “un lavoro finisce sempre per richiedere tutto il tempo e tutte le risorse a disposizione”?
Quanto alle scarpe femminili, Odifreddi scrive: “La versione comica della tragedia della fasciatura (usanza orientale, bandita solo nel 1912, di fasciare i piedi alle bambine, deformandoli, n.d.R.) sono i tacchi a spillo. Anch’essi eccitano gli uomini con problemi di eccitazione e rendono più seducenti le donne con problemi di seduzione”.

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