E sono corsa da te di Rosanna Lambertucci (34/2015)

e-sono-corsa-da-te-libro-91079E sono corsa da te di Rosanna Lambertucci non è un libro da spiaggia.

Tuttavia, aspettate di trovarvi nel chiuso della vostra stanza per immergervi nella lettura.

Non si legge a ciglio asciutto: suscita emozioni forti ed è grandemente formativo per tutti, ma terribilmente catartico per chi ha visto star male una persona amata.

La prosa scarna dell’autrice ne è la prova: è come se ogni parola inutile sia stata dilavata nelle lacrime. E sono corsa da te trasuda sofferenza e tuttavia speranza, racconta la morte e insieme inneggia alla vita.

Ci sono quarant’anni di vita di coppia in questo libro, decrittati e interpretati partendo dal finale, doloroso e letale come è nella nostra natura mortale.

In frasi brevi come aforismi sono racchiuse verità assolute, di cui intuiamo il senso solo alla luce di un grande dolore.

La malattia può essere una scuola di saggezza” scrive Rosanna Lambertucci “insegna a distinguere il necessario dal superfluo, e tutto ciò che è superfluo diventa inutile.”

Non è superflua la letteratura, ad esempio: l’autrice, che, in nome di un approccio più pragmatico all’esistenza, si era detta perplessa quando il marito si ostinava a insegnare poesie e mitologia alla figlia adolescente, capisce nel momento del dolore quanto la frequentazione dei classici sappia fortificare l’animo e fornire risposte non banali sul grande mistero dell’umanità.

Non è superflua la speranza: addirittura, rovesciando un noto adagio, la Lambertucci sostiene che la vita c’è solo finché c’è la speranza, perché la miglior medicina è il nostro cervello.

Non sono superflui gli amici, non lo è l’amore.

Pervasa da intento filantropico ( alla Casa Santa Rita, tutti stavamo male e, per questo, tutti ci volevamo bene), Rosanna Lambertucci elargisce qua e là, nel libro, consigli utili e pratici per chi sta vivendo il suo stesso calvario.

CI restituisce un’immagine confortante della Sanità Pubblica, fatta di leggi ad alto tasso di umanità (già nella civilissima Germania i malati terminali hanno diritto alle sole cure palliative, mentre da noi si lotta fino in fondo, fin quasi all’accanimento terapeutico) e di medici illuminati.

A dire il vero, non ne ho incontrati poi molti sul mio cammino.

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