E’ tutta vita di Fabio Volo (56/2015)

VoloHo letto E’ tutta vita di Fabio Volo in risposta a un amico che mi accusava scherzosamente di snobismo.
Trama, personaggi e stile non hanno attratto molto la mia attenzione, quindi mi sono concentrata soprattutto sulle tecniche di scrittura che fanno di Fabio Volo uno degli autori italiani più letti e tradotti.
Quella di Volo è una guida alla mediocrità: il protagonista, Nicola, è un uomo così immaturo e sconfortante da far rivalutare all’istante i maschi della propria famiglia. E, se tradizionalmente i mariti non parlano, ma trattengono dentro di sè, in uno svogliato mutismo, tutte le loro emozioni, possiamo trovare fra queste pagine i pensieri reconditi, le piccole viltà, i tentennamenti che, se non universali (voglio sperare), sono però piuttosto frequenti nei quarantenni di oggi.

Innanzitutto, c’è il rimpianto del passato. Anche il marito più devoto vive nei suoi sogni una vita parallela in cui non ha mogli, figli e doveri a limitare la sua libertà, ma è sempre il ventenne allegro e fascinoso di allora. Se non trascorre più notti brave con avvenenti fanciulle sempre diverse è per colpa del matrimonio, non dell’età che avanza, delle energie che scemano, del lavoro cannibalizzante.
C’è poi una percezione egocentrica di sè: l’uomo di Volo ha bisogno di essere sempre amato e rassicurato, perché la sua autostima dipende dal grado di accettazione (o sopportazione) della sua compagna, che miseramente cala quando si introduce nel menage familiare “quel gomitolo di bisogni che chiamiamo figlio”.
Non avere figli è come fare una passeggiata in campagna. Trovi un albero vicino a un ruscello, ti puoi sedere sotto la sua ambra, puoi fare una bella pennica, mangiare qualche frutto. Niente male, direi, non ci si può lamentare. Avere figli è come camminare in montana, la salita è molto più faticosa della pianura, ma quando alzi lo sguardo vedi dei panorami che da qui non si vedono.” L’immagine è potente e sostanzialmente condivisibile, ma è buttata lì con uno stile piano, nel mezzo della banalità di un dialogo senza brividi: abbassando il livello della narrazione, l’autore sa arrivare ad ogni lettore, salvo poi stupirlo con qualche pensiero con maggior peso specifico, pronto per essere estrapolato e pubblicato sui social da chi ama sentirsi intellettuale senza esserlo.
Il segreto del successo di Fabio Volo, dunque, è insito in un’immagine presa di peso da E’ tutta vita: che cosa fa un pollo quando scopre di aver le ali? Continua a sbatterle cercando di volare, come suggeriscono i manuali di autoaiuto, a rischio di votarsi ad un’impresa disperata e aspersa d’insuccesso o prende atto da subito della sua natura e si condanna a un’esistenza senza sogni ma anche senza delusioni?

In E’ tutta vita Volo sceglie di non volare e si fa così guru di tutti i polli felici del loro razzolare.

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