Fanny Hill. Memorie di una donna di Piacere di John Cleland (41/1001)

Fanny Hill è una donna di piacere.
Un secolo di censura ed uno di pruriginoso disinteresse avrebbero potuto decretare la damnatio memoriae di John Cleland e del suo personaggio.
Così non è stato.
Anzi, il tempo, che in letteratura infonde ai libri un’aura di legittimità, permette che ci si possa dilettare seguendo Fanny Hill tra salotti e boudoir, sentendosi contemporaneamente fini intellettuali e non spregevoli Voyeur.
C’è da dire che il romanzo erotico del passato non cede mai alla brutalità gratuita o alle volgarità spicciole dei giorni nostri.
Per indicare il vigore dell’amplesso si utilizzano affascinanti metafore e, fuori dalla stanza da letto, anche le prostitute hanno diritto alla galanteria e all’ammirazione degli uomini.
Dal canto suo, Fanny Hill, che dà voce alle proiezioni lubriche del suo autore, non si disegna mai come vittima delle contingenze né disdegna gli infuocati assalti dei suoi corteggiatori: come tutte le sue colleghe, ama sentirsi ammirata e desiderata, agogna le carezze virili dei suoi partner e anche quando inganna, anche quando tradisce, mantiene una sorta di rigore etico.

Questa impostazione maschilista e superficiale si fa odiosa nelle scene di stupro, che, lungi dal segnare per sempre le sventurate che ne sono vittime, diventa, nel romanzo, un modo come un altro di iniziazione al piacere.
La precarietà dei tempi traluce sullo sfondo, nel racconto di viaggi improvvisi e perigliosi, naufragi che cambiano destini, famiglie rovinate, megere e tenutarie, ma anche sodalizi sinceri e amori appassionati.
La tradizionale struttura epistolare e l’altrettanto convenzionale laudatio virtutis finale sono talmente evanescenti che non si può neppure definirli stucchevoli.
Fanny Hill è una Moll Flanders che non prende mai in mano il suo destino, ma che, forte per ardore, bellezza e giovinezza, esercita il suo fascino sottile anche su noi, lettori del Duemila.

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