Incontro con Francesco Piccolo

WP_20150320_001Francesco Piccolo entra in teatro in punta di piedi.

Aspetta che si spenga lo scrosciante applauso che lo accoglie, pronuncia un serio “Buonasera” e si appresta a leggere estratti del suo nuovo lavoro, Momenti di trascurabile infelicità, che sarebbe uscito in libreria solo il martedì successivo.

Non cerca l’interazione con il pubblico, per una sorta di timidezza che non sospettavo dopo aver letto tutti i suoi libri e averlo eletto mio eroe della quotidianità.

In realtà, i rovelli di Francesco Piccolo, sinceri o letterari che siano, avrebbero dovuto farmi intuire che un animo riflessivo fin quasi alla paranoia non sarebbe mai stato un animale da palcoscenico.

Forse anche per questo, il suo reading, alieno da virtuosismi vocali e tempi ad effetto, è stato coinvolgentissimo, tanto che ho dimenticato di scattare le foto.

Io ho cominciato a ridere quasi subito. Per me è pavloviano ascoltare Piccolo e identificarmi nei suoi dilemmi. Di qui scatta la risata liberatoria, forse un po’ troppo argentina.

Marco, che inizialmente mi rimproverava sussurrandomi “Smettila! Ti senti solo tu!” (suscitandomi, così, attacchi di ridarella ancora più ingestibili) si è presto arreso al clima di ilarità crescente che man mano ha coinvolto ad ondate la platea.

L’accento casertano, riconoscibilissimo anche se non marcato, e la tendenza a pesare le parole, sottolineando con una pausa gli avverbi (l’uso sapiente dei quali è parte della piacevolezza stilistica dell’autore), hanno reso i testi talmente personali che, anche a casa, leggendo il libro, ho immaginato le frasi come le avrebbe pronunciate Francesco Piccolo.

L’autore non mi è sembrato molto a suo agio, come se, mentre leggeva, spiasse dalle reazioni della platea la forza del libro. Se è così, l’entusiasmo in sala dovrebbe averlo galvanizzato.

Immobile su un lato del palcoscenico, con il peso del corpo sbilanciato sulla gamba sinistra, con una bottiglietta d’acqua a terra raccolta molte volte per riequilibrare la voce, con un abbigliamento che non commento per non procurargli una trascurabile infelicità (“Quando mi dicono: ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio”), Francesco Piccolo ci ha deliziato con le tragicomiche gesta del figlio minore, il terribile giapponese, e delle donne che ha incrociato.

È andato via in sordina, è ricomparso sul palco a luci ormai spente per un nuovo, timido saluto (ho invano sperato che ci regalasse un’altra anteprima) e ci ha lasciato con un irrefrenabile desiderio di avere fra le mani il suo nuovo lavoro.

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