Incontro con Franco Forte

WP_20150221_017Il suo habitat naturale è la libreria: come un pesce ha bisogno di acqua, così Franco Forte respira letteratura.

La sua, ce lo confessa subito, è una passione che si è snaturata in ossessione.

La sua laurea in ingegneria dopo soli sei mesi è finita nel cassetto, perché sono le lettere i suoi veri mattoni, i romanzi i suoi accurati progetti.

Poietès nel senso greco del termine, costruttore di realtà attraverso la parola, Franco Forte trova ben presto nel thriller ad ambientazione storica la giusta sinergia fra due passioni opposte: l’ariosa ricerca di ritmo, suspance, azione e, contemporaneamente, il vaglio attento di fonti, l’accurata ricostruzione di un’epoca passata.WP_20150221_013

Meneghino nell’accento, nella sicurezza di sé, nell’eloquio fluido, Franco Forte osa cimentarsi con la Milano del tardo Cinquecento, location privilegiata di storie per la contemporanea presenza sul luogo, a spartirsi il potere, di nobili spagnoli, inquisitori gesuitici e domenicani, alti prelati, ricchi mercanti, prepotenti messi comunali.

Prima di essere soffocata dall’asfalto in periodo fascista, Milano era una piccola Venezia: i navigli, navigabili, accoglievano merci provenienti dall’Adriatico e le smistavano fino a Locarno, in Svizzera. Le acque erano putrescenti: senza fognature pubbliche, le deiezioni erano tutte smistate nei canaloni. Nel 1576, poi, la peste falcidiava le sue vittime: fosse comuni, i cosiddetti fopponi, bruciavano le carni dei morti di peste; i monatti in strada seminavano il terrore; la povertà e la fame riscuotevano ulteriori tributi umani. In tutto questo, San Carlo Borromeo premeva perché i lavori del Duomo fossero ultimati, trasformando di fatto in un cantiere all’aperto l’intera zona dei Navigli. L’ingombrante confronto con Alessandro Manzoni aveva di fatto reso tabù, finora, il racconto della peste e del periodo spagnolo del Ducato di Milano: Franco Forte rompe il muro del silenzio e vi ambienta le sue storie.WP_20150221_006

Ad anni alterni, dunque, pubblica romanzi afferenti a Milano o alla Roma repubblicana e imperiale:

basti ricordare il suo significativo contributo al Romanzo di Roma antica, collana curata da Valerio Massimo Manfredi, con due accuratissimi e vividi capolavori, Carthago e Roma in fiamme. Su Nerone, ci racconta, ha studiato otto mesi, leggendo tutte le fonti, entrando nel personaggio al punto da preoccuparsi di sé. Franco Forte ironizza infatti che, se ci si fosse soffermato ancora un po’, sarebbe diventato lui stesso un serial killer.

E agli studiosi passatisti che non apprezzano la sua rivalutazione del calunniato sovrano, di cui San Paolo stesso esortò il popolo a fidarsi in una poco conosciuta Epistola ai Romani, Franco Forte mostra, con quella punta di dispetto che fa assomigliare lo sguardo a quello di un ragazzino vivace, la pila di fonti su cui ha forgiato il suo Nerone.

WP_20150221_007Tutto questo ci è stato raccontato con straordinaria forza espressiva in un appassionante incontro per la presentazione dell’ultimo romanzo, Ira domini, organizzato dalla Libreria Mondadori di Roberto Maccarrone a L’Aquila. Franco Forte, reduce da un’intensa giornata di lavoro come docente di scrittura creativa, si è concesso all’uditorio con una freschezza sbalorditiva: lo guardavo interagire con il folto pubblico, accarezzare i suoi fan con lo sguardo, avvincerli con aneddoti divertenti e curiosità stimolanti, sveglio come se la giornata fosse all’inizio e non alla fine, e pensavo ammirata che per diventare Qualcuno sono certo indispensabili passione, talento, studio e abnegazione, ma ci vuole anche parecchio vigore fisico.

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