Incontro con Giampaolo Simi

WP_20151009_008Giampaolo Simi volta la carta, ossia accetta l’invito della più importante rassegna letteraria aquilana e, pungolato dall’effervescente moderazione di Tiziana Pasetti, regala ai suoi lettori un’ora di puro godimento intellettuale.

Da tempo categorizzo gli autori in visita a L’Aquila in base anche alle parole che riservano alla mia città ferita. Chi non manifesta turbamento di fronte alla spettrale rovina in cui siamo immersi non ha fra le frecce al suo arco la sensibilità, ergo per me non è, a prescindere, un buon narratore.

Giampaolo Simi apre e chiude il suo intervento con un riferimento diretto a L’Aquila, dapprima prendendo nota, sgomento, che di queste macerie, di questo silenzio il mondo non ha sospetto, poi, in chiusa, ricordandoci che bisogna sì ripristinare la viabilità e ricostruire i palazzi, ma soprattutto è necessario creare una rete di storie in cui narrarsi, riconoscersi, farsi comunità, perché dove non c’è un serbatoio narrativo comune non servono le case, sono vuote le vie.WP_20151009_001

Anche per raccontarci la sua Versilia Giampaolo Simi sceglie un’angolazione insolita, nostalgica, invernale: la colonna sonora del suo bel romanzo, Cosa resta di noi, potrebbe essere Il mare d’inverno di Enrico Ruggeri.

Lo dice proprio lui, forte delle sue doti da chitarrista: Simi è infatti un personaggio eclettico, che ama suonare, meditare e insieme agire. In certe sue pagine ci dà lezioni di scrittura impareggiabili, in certe altre impenna il ritmo come ha imparato a fare nel suo lavoro di sceneggiatore (R.I.S. Roma, ad esempio, lo dobbiamo a lui), con qualche personaggio finge di cedere alle brutture linguistiche imposte dai social e piega quei puntini di sospensione infiniti e quelle abbreviazioni cacofoniche alle esigenze di caratterizzazione dei personaggi.

WP_20151009_003Della sua vis comica non parla mai.

La rifiuta.

È uno stigma, per lui, la richiesta di comicità imposta a chi viene dalla Toscana. Già nel romanzo avevo colto qualche frecciatina allo stile di Malvaldi e ai film di Pieraccioni: durante l’incontro di ieri, però, Simi è davvero drastico.

“I toscani sanno ridere sempre, ma soprattutto quando piangono gli altri”, afferma citando Curzio Malaparte.

In quel cinismo, in quella cattiveria Simi non vuol riconoscersi.WP_20151009_005

Giangi, l’attore alla deriva coprotagonista di Cosa resta di noi, è per lui la visione apocalittica di quel che sarà a comicità toscana dopo Panariello, una maledizione, cioè, una coazione al ridere anche senza motivi e senza voglia.

E Giampaolo Simi, accalorandosi sulla questione, non si accorge di star incarnando lui stesso l’antidoto ai mali che descrive, perché i toni comici gli sono connaturati anche mentre li combatte e, proprio mentre a parole ne decreta la morte, coi fatti ci dimostra che quell’irriverente, sapida, meravigliosa comicità toscana è ben viva in lui sotto le ceneri con cui cerca invano di mortificarla.

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