La giostra degli scambi di Andrea Camilleri (24/2015)

la giostra degli scambi

La vera protagonista di La giostra degli scambi, l’ultima fatica di Andrea Camilleri, è la vecchiaia.

È vecchio ormai Montalbano, schiacciato dal confronto col se stesso di venti anni prima e da certe allusioni di Mimì Augello, certe libertà di Fazio, certe rughe di Livia, che gli fanno capire dolorosamente quanto si stia apprestando, ormai, il momento di cedere il passo.

È vecchio ormai Camilleri, anche se non si direbbe a giudicare dalla freschezza di certe descrizioni.

Il contrasto fra il carapace del grande scrittore, quel corpo che non gli obbedisce più, quelle gambe che faticano a camminare, quegli orecchi che recepiscono ovattate le parole che gli altri gli gridano, quegli occhi offuscati, e la motilità di una mente vigile e di uno spirito indomito è doloroso.

Ne la giostra degli scambi non c’è corpo: le abbuffate di Montalbano, le gesta erotiche dei personaggi minori sono ombre di quel che furono nei romanzi precedenti.

Entrano invece in scena il dubbio, la meditazione, l’incertezza.

Guizza irriverente la comicità nelle prime pagine: Montalbano alle prese con la mosca, Adelina che prende a padellate la persona sbagliata, Gallo che corre all’impazzata per le strade di Vigata strappano più di un sorriso.

Poi la trama si fa ferrea, anche se, secondo me, le due indagini (un assassinio, come sempre nei gialli, e una serie di anomali rapimenti) non si fondono bene fra loro.

Poco importa. Il piacere di La giostra degli scambi non sta nel districarsi della trama, ma nel fluire del racconto: è pura goduria percepire la docilità con cui la lingua si piega alle esigenze di Andrea Camilleri: Montalbano, ad esempio, non bestemmia diffusamente, ma santìa a mitraglia, i gamberoni non sono ancora freschi, ma puro mari condensato. Gli esempi possono moltiplicarsi all’infinito.

Un esempio per tutti? La descrizione di questo personaggio, che pure non avrà un ruolo di rilievo nella storia, perché, si sa, il genio si annida nei dettagli: “Alessandro Lo Curzio aviva da picca passato la quarantina. Àvuto, eleganti, palestrato, profumato, abbronzato, sorriso che per reggirlo ci volivano l’occhiali da soli. S’accapiva che era distinato alla brillanti carrera di tanti dirigenti d’oggi: ràppita scalata macari vinnenno la matre al migliori offerenti, arrivo in cima, vilocissima caduta ‘n Borsa della società o banca o quella che era scomparsa del dirigenti, ricompensa doppo un anno un un posto cchiù ‘mportanti”.

Benvenuti nell’Italia del XXI secolo, signori, nel regno dell’apparire.

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Su Andrea Camilleri leggi anche la recensione a “La relazione”

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