Gli 80 di Camporammaglia (Valerio Valentini)

Il premio Campiello parla aquilano.

Lo fa in senso metaforico, perché Valerio Valentini, il giovane autore insignito del prestigioso riconoscimento per l’Opera Prima, ha studiato a L’Aquila, nel nostro glorioso Liceo Classico, e ha vissuto poco distante, in una frazione, Collemare di Sassa, che, trasfigurata nella finzione narrativa, si fa simbolo di ogni piccola comunità che fu guscio e lentamente implode.
Lo fa in senso letterale, perché in “Gli 80 di Camporammaglia” non sono infrequenti parentesi in dialetto per spezzare il pathos della narrazione, quando si fa pressante, o per dar voce, anima e sentimento a situazioni descritte con lucidità da saggista e verve da narratore di razza.
Avevo sottovalutato questo libro.

Romanzo corale…

La giovane età dello scrittore, la copertina e il titolo, per nulla accattivanti, non mi avevano preparato alla selva di emozioni che Gli 80 di Camporammaglia è in grado di sprigionare.
In poche pagine è condensato un mondo, un piccolo mondo antico in cui il terremoto irrompe come un detonatore, smascherando gli anacronismi e le piccole ipocrisie che ne scandivano gli equilibri.
L’Aquila, la città bellissima e superba da cui il protagonista era attratto e respinto a un tempo, è ferita.
L’enormità di questa tragedia offusca quella delle frazioni.
A Camporammaglia gli aiuti arrivano tardi, arrivano dimezzati, arrivano condizionati.
E il paese, che si compatta inizialmente in un velleitarismo autarchico, scoprirà a proprie spese quanto la convivenza forzata e l’incertezza possano compromettere i rapporti umani.

...e racconto di formazione

Come in una tragedia greca al contrario, le due parti corali sono intermezzate da un racconto di formazione.
L’innocenza infantile deve morire perché dalle sue ceneri possa nascere l’adulto del domani.
E in questa tragedia chiamata adolescenza il sisma incide ben poco. Al contrario “il terremoto, e gli scempi che ne sono seguiti, in questo almeno sono stati democratici: nell’allontanare tutti dal centro, accorciando il metro su cui misurare le distanze e la miseria, relegando tutti in una ininterrotta, onnivora periferia, che anche quando non è sperduta fra i monti, a un quarto d’ora di macchina dal chilo di sale più vicino, rigetta comunque, su chi la abita, una desolazione annichilente”.

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