Il Gran Bazar di Istanbul

WP_20150617_081Il Gran Bazar di Istanbul è il tempio della contrattazione, che è ben diversa dallo shopping puro e semplice all’occidentale, strana alchimia che lega una donna, una carta di credito e un numero imprecisato di oggetti.

Il Gran Bazar di Istanbul non è, infatti, l’equivalente del nostro centro commerciale, come superficialmente credevo, ma la sua sublimazione.

Mentre le nostre vetrine, sapientemente curate, polarizzano l’attenzione su pochi oggetti precisi e fomentano il mito dell’esclusività, quelle del Gran Bazar di Istanbul sono l’apoteosi dell’accumulo.

Collane su collane su collane, foulard su foulard su foulard, tappeti su tappeti su tappeti: questo è il regno dell’opulenza, del sovraccarico, dell’accentramento.WP_20150617_027

I venditori, tutti uomini, sono i sacerdoti di questo tempio.

A differenza dei molesti abusivi che ci tormentano per la strada, non sono invadenti, non prendono l’iniziativa, ma, se intercettano lo sguardo ammirato di un passante, sanno attrarlo, distrarlo, invogliarlo, imbrogliarlo.

Qui il prezzo non è fisso e le tariffe di cambio fra lira turca ed euro sono assolutamente velleitarie. Nella contrattazione spinta, estenuante, odiosa a noi occidentali, si realizza una sorta di democrazia economica: ognuno compra l’oggetto alla cifra che può permettersi.WP_20150617_024

Il prezzo fisso che tanto amiamo presuppone una disuguaglianza: il disoccupato e il magnate sono messi di fronte alla stessa cifra, quisquilia per l’uno, enormità per l’altro. La contrattazione offre anche al povero, se ha nervi saldi e eloquio di fuoco, la possibilità di ottenere ori, tappeti, gingilli, che da noi sono riservati solo agli abbienti.

Noi non sappiamo contrattare.

Marco si è irrigidito sul portone di ingresso (siamo entrati a Nuruosmaniye Kapıs, vicino ad una WP_20150617_025splendida moschea che mi sarebbe piaciuto visitare), sulla difensiva, placcando ogni mia mossa nel terrore (molto fondato, purtroppo) di miei acquisti incauti. Solo un attimo l’ho visto avvicinarsi, rilassato, ad una vetrina: c’erano le tariffe del cambio in lire turche.

Io mi sono trovata subito nel mio habitat naturale, nel kitsch che amo tanto e che nella mia elegante città è sommamente esecrato, tra lucine colorate e stoffe sgargianti.

C’era da perdere la testa. L’ho persa.

WP_20150617_085Uno scaltro commerciante, fra un “amore mio”, un “Monica Bellucci”, un “ti amo” e molti “bellissima”, mi ha venduto a prezzi da capogiro un foulard meraviglioso, che ho inizialmente destinato ad un dono, ma che, sono sempre più convinta, finirà nel mio armadio.

Con un altro ho contrattato, riuscendo nell’eroica impresa di stornare un euro dalla palla di neve che si aggiungerà alla nutrita collezione della miaWP_20150617_022 nipotina.

Quando un terzo ha proposto un meraviglioso scialle di cachemire a duecento euro, Marco, modalità guardia del corpo on, mi ha trascinato via. Siamo stati inseguiti dal commerciante che, man mano, arrivava a più miti consigli. Quando, ormai disperato, ha sussurrato “Dammi quindici euro ed è tuo”, mi sono (è proprio il caso di dirlo) sMarcata e ho conquistato il mio adorato tesoro.

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