Grazie, Jeeves di Pelham G. Wodehouse (27/1001)

Grazie, Jeeves è l’unico romanzo di Wodehouse che sia riuscita ad ultimare.
Non è però di certo l’unico che negli anni abbia provato a leggere.
Lo humour inglese mi diletta solo se è circoscritto a poche pagine; quando la trama di equivoci e dileggi si estende capitolo dopo capitolo comincio ad annoiarmi.
Grazie, Jeeves non sfugge all’assioma.
Inizialmente ho provato piacere nel riconoscere i personaggi seriali e ho apprezzato in Jeeves il maggiordomo ineccepibile, dalla parlata faconda e dalle pensate sensate.
Quando il mondo impazza, l’unico che riesce a mantenere la calma è proprio lo stimatissimo maggiordomo, i cui servigi, in questa storia, sono contesi da tre famiglie di antica nobiltà.
Le ubbie, le ingenue vanterie, la sostanziale buonafede dell’aristocrazia inglese sono qui accuratamente descritte.

Non vi è un divano al piano inferiore?” “Sì, ce n’è uno: quello che Noè ha sbarcato dal monte Ararat“.
La campagna inglese è un palcoscenico adatto per questa complessa storia di accordi economici o matrimoniali e di relazioni familiari o amicali.
Il divertimento è procurato dallo scarto fra la purezza lessicale e la condotta imbarazzante di tutti i personaggi, ferme nel ruolo macchiettistico che Wodehouse gli ha attribuito.

Riferendosi all’insopportabile rampollo della famiglia ospitante, ad esempio, l’io narrante prorompe:” Se pure, come ho detto, non avevo alcuna prova che questo giovane flagello fosse l’autore dell’oltraggio, il sospetto che serbavo in seno confinava con la certezza“.
Lo stolido vigile, il cameriere invasato, la fanciulla sventata e il suo focoso genitore sono maschere da commedia dell’arte, fatte per divertire, non per comunicare.
Questo, secondo me, è il grande difetto, questo il solo diletto di Grazie, Jeeves.

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