La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker (33/16)

HQHo letto La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker incuriosita dalla divergenza di opinioni a riguardo.
Dove mi sarei posizionata io? Nell’esercito degli estimatori o in quello, altrettanto numeroso, dei feroci detrattori?
Ancora oggi non trovo una mia collocazione.
La verità sul caso Harry Quebert mi ha monopolizzato per tre giorni: era il mio primo pensiero quando mi svegliavo e l’ultimo prima di addormentarmi. Mi ha accompagnato di stanza in stanza, di borsa in borsa (e dire che un tomo di 700 pagine è un attentato alla incolumità delle spalle).
Sul mio zibaldone, però, La verità sul caso Harry Quebert occupa una paginetta solamente, segno che le curiosità, le espressioni piacevoli, le conoscenze apprese durante la lettura sono state davvero pochine, quasi nulle, anzi, se ci sottraiamo aforismi furbetti come questo: “Sai qual è l’unico modo per misurare quanto ami una persona? Perderla.”

Eccone un altro molto simile, nella forma interrogativa e nell’ammiccamento arguto: ” Sai che cos’è un editore? è uno scrittore mancato il cui padre aveva abbastanza  soldi da permettergli di appropriarsi del lavoro altrui”.
Quanto al resto, Joel Dicker contrae diversi debiti, soprattutto con la Lolita di Nabokov, sulla cui falsariga plasma l’ambigua figuretta di Nola.
Nola. Nola. Nola. Nola. Nola.
N-O-L-A. N-O-L-A.
Quattro lettere che avevano sconvolto il suo mondo”.
NOn solo il suo, a dire il vero.
La cittadina di Aurora, scenario del romanzo, è la Peyton Place del Duemila: c’è un sottobosco di comparse che si accendono e spengono secondo i capricci di Dicker, abile burattinaio che sacrifica tutto al piacere di un colpo di scena.
E quando, nel pirotecnico finale, la situazione sembra stravolgersi ogni tre o quattro pagine, il lettore rimane frastornato e in un certo senso prende le distanze dal testo, al grido di “Che genio!” oppure “Che impostore!”.

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