Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne (36/1001)

Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne tiene bene il tempo.
Si legge appassionatamente anche oggi, nonostante un buon aereo possa sostituire in maniera assai efficiente i treni, i piroscafi, le navi, gli elefanti che, in maniera rocambolesca, permisero a Phileas Fogg di guadagnare ventimila sterline dopo averne spese quasi altrettante.
Il giro del mondo in ottanta giorni mi ha entusiasmato a quarantatrè anni come mi piacque a tredici.
Conoscere già la trama nel dettaglio non mi ha impedito di apprezzare, nella rilettura, il ritmo, lo stile, gli spunti antropologici.
Ma non si annida lì la mia passione per il viaggio, come per tanti anni mi sono raccontata.
Phileas Fogg, l’inappuntabile protagonista, percorre il mondo a segmenti, con l’obiettivo fisso alla meta e con un’imperturbabilità tutta anglosassone.

Oceani, praterie, montagne, laghi sfilano davanti ai suoi occhi indifferenti; il problem solving che me lo fece amare da ragazza si riduce, in buona sostanza, ad aprire all’occorrenza il portafogli, con aristocratico distacco rispetto alle contingenze romanzesche che cadenzano le tappe de Il giro del mondo in ottanta giorni.
Il mio incanto nel vedere il mondo assomiglia casomai agli entusiasmi del servitore Passepartout, tanto vivace quanto è algido il padrone: “mentre Phileas Fogg si isolava nella sua maestosa indifferenza: copriva razionalmente la sua orbita intorno al mondo, senza preoccuparsi degli asteroidi che gli gravitavano intorno. Eppure, aveva vicino un astro che avrebbe dovuto produrre forti perturbazioni nel suo cuore (la giovane Mrs Aouda, salvata da morte sicura n.d.R.) […] Passepartout, invece, viveva in continua agitazione”.
Il contrasto fra le due personalità è il motore del libro: sullo sfondo Verne tratteggia sapientemente tutte le note di folklore ricavate da anni di letture: popoli selvaggi, usanze curiose, panorami magnifici permettono di apprezzare l’intero viaggio quasi come l’ingegnosa e celeberrima trovata finale.

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