Il libro dei Baltimore di Joel Dicker (41/2016)

copertina-dickerCon Il libro dei Baltimore si scioglie in me ogni riserva su Joel Dicker.
La trama si dipana fra presente, passato prossimo e passato remoto, si strania nel ricordo commosso del protagonista, si espande nell’attesa di una Tragedia subito annunciata e sempre differita.
In ballo c’è molto più di una storia d’azione: in queste pagine scorre, lento e solenne, il mito americano.
Marcus Goldman, il protagonista, incarna a pieno l’americano medio, che sa sognare e raccontarsi i sogni finché non diventano realtà.

Parlare di amore, lealtà, affetto fraterno, solidarietà, persino di perdono senza diventare stucchevoli è difficile; Joel Dicker, offrendo sfogo e voce alla parte migliore del nostro animo, sa narrarci una storia di valori forti, che evolve in epopea senza mai scivolare nell’agiografia.

Il libro dei Baltimore condivide con La verità sul caso Harry Quebert il gusto per il colpo di scena e per la continua rilettura del passato, ma se ne distanzia per una riconquistata serenità che nulla toglie al ritmo dell’azione e molto aggiunge alla credibilità dei personaggi.
Li ho amati tutti: Marcus e le fole della sua infanzia, Hillel e il suo ingegno inquieto, Woody e la sua forza disperata, zio Saul e il suo fragile equilibrio, zia Anita e la sua dolce bellezza, Alexandra e la sua caparbia personalità, persino il cane Duke, che, con le sue fughe e i suoi guaiti, dà al romanzo un tocco di leggerezza.
Proprio nelle ultime pagine di Il libro dei Baltimore, Marcus, personaggio emissario, esprime la sua poetica: “Perché scrivo? Perché i libri sono più forti della vita. Sono la più bella delle rivincite. Sono i testimoni dell’inviolabile muraglia della nostra mente, dell’inespugnabile fortezza della nostra memoria“.
Scrivi, Joel Dicker, scrivi: non smetterò mai di leggerti!

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