Il peso di Liz Moore (6/2015)

Il peso

Il peso di Liz Moore è un romanzo che ha ritmo, fatto di parole piene, precise, chirurgiche nella loro apparente semplicità.

Era dai tempi di Stoner di John Williams che un libro non mi stregava tanto senza far ricorso alle solite spezie che insaporiscono spesso i libri di poca qualità (sorprese, sesso, soldi, salute).

Liz Moore mette in scena la banalità della solitudine, l’accettazione non disperata di una vita che ha smesso di correre per i binari comuni.

Arthur ha cinquantotto anni e un peso approssimativo oscillante fra i 220 e i 270 kili. La casa è il suo guscio e la sua prigione: non esce da lì da dieci anni, per pigrizia, per vergogna, perché è andata così.

Dovrebbe essere disperato. Non lo è.

Non è neppure un arrogante sostenitore del diritto all’autodistruzione. È un uomo che ha creato una routine vitale fatta di cibo, televisione, cibo, divano, cibo, letture, cibo, nostalgie e che sa proporla con umiltà, senza vittimismi né titanismi struggenti.

Prima che Yolanda (la donna di servizio, N.d.R.) venisse da me, negli otto anni che ho trascorso da solo e con nessun altro, sono riuscito a consolarmi. Sì, c’è stato il cibo, ma a parte il cibo c’era l’idea di avere una superanima fatta di solitudine. Un collegamento con tutte le persone sole del mondo a cui ricorrere quando mi snetivo molto giù. C’era qualcosa di deliziosamente romantico nel sentirmi competamente solo e mi ripetevo che questo mi rendeva più nobile e che la mia solitudine aveva uno scopo, che doveva averlo”.

Charlene ha trentotto anni e una vita vuota. Il vino è il suo migliore amico, l’abbandono una via in discesa in cui rotola giù fino alla disperazione estrema. Ama suo figlio Kel, ma non trova nella maternità la molla per il suo riscatto.

Kel è un leader nonostante tutto. Lo è a sua insaputa, per una propensione naturale a conquistarsi il rispetto e l’affetto delle persone. Anche in lui sta germinando il seme dell’autolesionismo, stimolato da una situazione familiare avversa e ingestibile.

Queste tre anime sono in qualche modo legate e per tutto il libro si aspetta un evento catalizzatore, che pare sempre dietro l’angolo e che non arriva mai o non è mai colto.

La filosofia di Arthur è tutta in queste parole: “Sono rimasto seduto in poltrona a guardarmi intorno, a riflettere sulla vita di Charlene Keller da quando l’avevo vista l’ultima volta e al fatto che avrebbe potuto essere diversa – e anche la mia. Tutti e due nascosti nelle nostre case, raggomitolati in noi stessi in solitudine. Entrambi soli. Avrebbe potuto essere tutto diverso, ho pensato. Molto diverso. Ma non ci ho riflettuto più di tanto”.

Non è un libro a tre personaggi: intorno a loro si muove una pletora di figure minori, ognuna perfettamente compiuta nella sua semplicità. Il peso è un inno all’accettazione di sé, alla bontà intrinseca dell’uomo, alla sua resilienza, e invoglia a spalancare al mondo quella porta che i protagonisti si son chiusi addosso per tutta la vita.

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