Il ritorno del soldato di Rebecca West (19/1001)

il-ritorno-del-soldatoDi Rebecca West George Bernard Show ebbe a dire: “Sa usare la penna come me, e in modo molto più feroce“.
In effetti la affilata conclusione di Il ritorno del soldato è disarmante nella sua inconsapevole crudeltà.
All’inizio le descrizioni doviziose di paesaggi, profumi, sapori, colori della campagna inglese mi sono sembrate pleonastiche; allo stesso modo, l’aggettivazione ricca e i periodi corposi mi sono parsi, se non sgradevoli, almeno arcaici.
Poi, abituatami ai tempi lenti della narrazione, ho imparato ad apprezzare la sinergia fra amore e natura, fino ad accorgermi, con il fluire della storia, che la serenità opulenta garantita da Kitty al suo uomo era innaturale perché tutta artistica, tutta cerebrale.
Chris non era con noi e dunque non poteva farsi avanti, il volto chiaro arrossato dalla luce del fuoco, a manifestare quell’attenzione distaccata che chi non ama la musica ha nei confronti di una buona esecuzione, e che gli uomini dagli affetti solidi e ben ancorati concedono alle donne attraenti“.

Solo perdendo la memoria Chris protagonista maschile de Il ritorno del soldato, ritroverà se stesso.
Più di questo ragazzone inglese onesto e tormentato mi interessano però le tre indimenticabili figure muliebri che gli gravitano intorno, espressioni di un eterno femminino cangiante ed inquieto.
Tanto Kitty è seducente nella sua leggiadra cura di sè tanto Margaret si presenta anonima e sciatta.
La penna di Rebecca West è intinta nel veleno quando la descrive: “Seduta su una delle poltrone di chintz preferite da Kitty, e fra le più graziose della casa, c’era una donna di mezza età. Portava un impermeabile giallastro e un cappello nero di paglia con le piume, rinnovato di recente con una di quelle tinture a poco prezzo che si comprano dal farmacista. Aveva appallottolato i guanti di filo nero in grembo, in modo da poter sollevare la gonna di alpaca grigia- e aggiustarne il bordo ben al di sopra degli stivaletti infangati- con una mano rossa e sciupata che parve ancora più brutta quando si tese ad accarezzare i fiori luminosi dell’azalea rosa del tavolo accanto a lei”.
Il moto di repulsione di Kitty e di Jenny, l’io narrante, parrebbe contagiare il lettore, che solo più tardi percepirà la frivolezza di una descrizione che spaccia ciò che si ha con ciò che si è.
E Margaret è molto di più.

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