Incontro con Roberto Giacobbo

Created with Nokia Smart CamRoberto Giacobbo, atto quinto.

Per la quinta volta sono seduta ad ascoltare Roberto Giacobbo che, a pochi metri da me, presenta un suo libro, ma non sono ancora immune dal fascino del suo eloquio.

Quando inizia a parlare, avviene una sorta di sospensione dell’incredulità. Come un pifferaio magico, partendo da premesse assolutamente condivisibili, attraverso un uso sapiente delle diapositive, che ritmano il suo intervento e paiono accreditare anche le ipotesi più peregrine, porta la platea in mondi rarefatti, a metà strada fra storia, mito e fantasia.

La sua voce è musica: si alza, si abbassa, rallenta, accelera come seguendo uno spartito immaginario; ironia ed autoironia sono le zollette di zucchero con cui addolcisce il messaggio forte che pare sempre rivelare.

Quando si rinviene dallo stato di ebetudine stuporosa in cui si è portati, si ha come l’impressione di aver ricevuto un’illuminazione: anche stavolta, mirabilmente conclusa la presentazione del suo ultimo libro, “La donna faraone”, è stato preso d’assalto dai fan alla ricerca di un autografo o di una foto.

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Folla in ascolto di Roberto Giacobbo al centro commerciale Meridiana di L’Aquila

E per la quinta volta, scoraggiata dalla folla e turbata dall’incontro, ho differito il momento in cui lo conoscerò.

La mia arrendevolezza deriva dalla certezza che ci saranno prossime occasioni: Giacobbo, infatti, possiede a Cagnano Amiterno, a due passi da L’Aquila, un’abitazione che è il suo buen ritiro. Pur non avendo legami anagrafici con la nostra terra, ne ha subito il fascino selvaggio in occasione di un servizio per Voyager e l’ha scelta per ritemprarsi nelle pause fra gli impegni lavorativi alla Rai e le trasferte per il mondo alla ricerca di reperti insoliti e insoluti misteri.

A più riprese, Giacobbo minimizza le sue competenze.

Si definisce un divulgatore, uno che prende le notizie da chi le sa e le trasmette a chi vuol saperle.

Riferendosi alla moglie, di cui è ancora teneramente innamorato, ribadisce che in una coppia è obbligatorio darsi dei ruoli e che, nella sua, c’è chi pensa (lei) e chi parla (lui).

Il loro amore è nato sotto l’egida dell’Egitto, quando insieme lavoravano al programma Stargate di Telemontecarlo e dedicarono convintamente le prime ventuno puntate ai misteri al di là del Nilo.

L’Egitto è per lui più di una passione.

È iscritto nel suo DNA, non solo in senso metaforico. Giacobbo ci ha raccontato divertito che durante certe ricerche genetiche su Cristoforo Colombo (che, contrariamente alla Vulgata, considera piemontese) è stato prelevato il DNA anche a lui e ai quattro membri della troupe, proprio per evitare contaminazioni.

Il risultato è stato clamoroso: quattro acidi desossiribonucleici di ceppo caucasico e uno solo, il suo, di antichissima area mediorientale, presumibilmente egizia.

Con questa eredità nel sangue, non può che continuare le sue ricerche.

Stavolta, però, le ha inserite in un romanzo.

È stanco delle continue battute di invidiosi che ne ledono la credibilità. In un incontro a Sulmona, a giugno, ci ha raccontato di aver incontrato Maurizio Crozza, che è bassino, e, sovrastandolo dall’alto dei suoi due metri, gli ha chiesto notizie di “Kazzenger”. Scherzava, certo, ma non troppo.

Alla finzione narrativa non si chiede verità, ma verisimiglianza e la storia del suo libro funziona.

Ci sono tutte le spezie che danno sapore ai bestseller: l’amore contrastato, la bellezza e la forza di lei (che governò l’Egitto in una società non solo maschile e maschilista, ma anche muscolare), l’escamotage per trasmettere ai posteri un segreto che sembrava condannato all’oblio.

È solo fantasia? Noi di Voyager pensiamo di no.

 

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