Incontro con Gian Antonio Stella

È simpatico, Gian Antonio Stella, molto più di quanto avessi arguito dalla lettura dei suoi libri. Scambiando l’indignazione per cipiglio, immaginavo un uomo sprezzante e lapidario: oggi, venerdì 10 ottobre 2014, ascoltandolo ad Antrosano, frazione di Avezzano (AQ), mi sono accorta di quanto sbagliassi.

L’incontro, organizzato da Libera di Angelo Venti e ospitato nel nuovo gazebo parrocchiale dall’eccezionale don Aldo Antonelli, è stato pubblicizzato a dovere e il pubblico è quello dei grandi eventi: i posti a sedere non sono pochi eppure più della metà degli astanti è costretta ad assistere in piedi alla conferenza.

Il volantino dell'iniziativa

Gian Antonio Stella arriva in leggero ritardo e se ne scusa con veemenza all’inizio del suo intervento, nel corso della discussione e ancora durante i saluti finali: apprendiamo così che, in una giornata campale, si è svegliato ad Oristano, ha parlato a Cagliari, è volato a Roma e ha affrontato il traffico serale per raggiungere questo paesetto abruzzese, perché gli impegni vanno onorati.

Don Antonelli, nella rapida presentazione, ci conferma che Stella ha l’abitudine di richiamare sempre i numeri telefonici che trova in segreteria e non si sottrae mai alle attenzione dei suoi fan.

Stella ci cala subito in medias res: parlerà dell’emigrazione degli italiani nel Novecento e degli stranieri che approdano oggi sulle nostre coste, perché sono manifestazioni di uno stesso epifenomeno e perché non dobbiamo dimenticare che la nostra ricchezza di oggi si poggia sul sacrificio che fecero i nostri avi quando raggiunsero il Nuovo Continente.

Gian Antonio Stella, don Alo Antonelli e Angelo Venti

In Abruzzo, terra povera, terra di emigranti, non c’è famiglia che non abbia in cimitero la lapide di un emigrante: anche nonno Giovannantonio e nonno Michele, i miei bisnonni, partirono per Nuovaiorche e, sebbene abbia poche notizie della loro esperienza, perché il primo morì in terra straniera durante la seconda guerra mondiale e il secondo non fu mai prodigo di particolari sul suo breve e presumo doloroso esilio, le parole di Stella mi hanno toccato il cuore.

Eppure non c’è patetismo in quel che il giornalista racconta: si limita a snocciolare i dati, corredandoli di foto proiettate su schermo. Si è visto costretto a utilizzare diapositive perché inizialmente nessuno voleva credere che anche gli italiani di cento anni fa avessero subito le stesse razzistiche umiliazioni, gli stessi scempi e i medesimi rischi che tormentano la vita agli immigrati africani di oggi.

Negli ottanta minuti della sua dissertazione, zio Gas (come è affettuosamente chiamato in ambiente giornalistico, e non solo per l’acrostico) copre tutte le sfumature dell’emozione.

Ci sono momenti comici, quelli in cui descrive i riti stregoneschi a cui furono assoggettate le donne italiane che ambivano a diventare balie (una goccia del loro latte era fatta scivolare su uno specchietto: se si muoveva troppo velocemente, era tacciato di leggerezza e scartato; se scivolava lento e grasso, era considerato sano e si procedeva all’assunzione) oppure i test intellettivi a cui erano soggetti, in inglese, i nostri nonni che parlavano solo il dialetto italiano.

Ci sono momenti drammatici, quelli in cui si rivivono le epopee di fortunose traversate, di naufragi, di epidemie, raccontati dai giornalisti nel silenzio della letteratura ufficiale (è stupefacente come solo De Amicis abbia dedicato un’opera alla grande piaga sociale dell’emigrazione; poi, a parte un poemetto di Pascoli e una sola novella di Pirandello, c’è il vuoto).

Gian Antonio Stella con don Aldo Antonelli e con Angelo Venti

Ci sono momenti commoventi, quelli in cui Stella rievoca il suo nonno emigrante, che non volle raccontare nulla della propria esperienza e che rivive in ogni storia di dolore ed esilio che ha attraversato il secolo dalle cronache di allora ai reportage di oggi.

C’è, soprattutto, la consapevolezza che l’emigrazione è connaturata all’uomo: se non fosse esistita, l’ominide non si sarebbe evoluto e la storia non sarebbe progredita. Fortunatamente, i tempi di acclimatazione per gli oriundi sono rapidi, durano poco più di una generazione: se “L’orda”, il suo libro più famoso sul fenomeno, dovesse veder la luce oggi, il sottotitolo non potrebbe essere “Quando gli albanesi eravamo noi”, perché, ad appena un decennio di distanza, nuovi popoli bussano dal mare e chi provenne dall’Albania e terrorizzò tanto i più razzisti fra noi oggi è perfettamente integrato e totalmente italiano.

 

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