Incontro con Paolo Mieli

Created with Nokia Smart CamAtteso come un Messia che apra una finestra sul mondo in una città di provincia, Paolo Mieli ha varcato il portone del nostro liceo nell’assolata mattina del 14 novembre 2014.

Nell’Aula Magna gremita di pubblico, c’erano soprattutto i nostri figli più grandi, i liceali dell’ultimo anno, che avevano letto e discusso fra loro e in classe ogni pagina del suo bel saggio I conti con la storia, oggetto della lectio magistralis odierna.

Grazie alla generosità della BCC e dello stesso Mieli, ad ogni studente è stata preventivamente donata una copia del libro, fresco ancora di stampa. Condividere uno stesso articolo con i compagni, analizzarlo con gli insegnanti, sottolinearlo, annotarlo, viverlo, insomma, è ben più che leggere lasciando che emozioni e dubbi si stemperino nella solitudine di una stanza.

I ragazzi erano agguerriti, insomma.

In un’epoca in cui il pensiero unico dilaga, Mieli concede luce agli sconfitti della storia e tenebre ai vincitori, riaprendo il dibattito su quei totem su cui si appuntano l’odio o l’amore universale, coerente con il principio per cui in natura non esiste il solo bene o il solo male.

Ed è pronto a spiegarlo ai ragazzi (mai, nel corso della conferenza, Mieli ha dimenticato il suo pubblico: gli esempi e le allusioni sono tarati sui giovani e non si sottrae alle loro domande anche quando il tempo si fa tiranno).

Created with Nokia Smart CamDopo gli interventi sobri e misurati del sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, e del rappresentante della BCC, il microfono tocca la mano di Paolo Mieli, ed è subito silenzio.

Il tono pacato, la dizione curata, l’eleganza della postura, la serenità del volto polarizzano ogni sguardo sull’autore. È raro mantenere viva l’attenzione di una platea, soprattutto di giovani, senza urlare proclami, senza gesticolare, senza spettacolarizzare ciò che si dice.

Ma proprio l’urlatore, l’agitatore di folle, il demagogo sono i nemici giurati di Mieli, i nemici giurati della storia.

I forcaioli, gli estremisti dell’idea agiscono, per l’autore, con la coscienza sporca: è successo dopo il fascismo, è capitato alla caduta della Prima Repubblica che i più collusi con il vecchio regime urlassero tout court contro il sistema, perché aprendo gli archivi, distinguendo fra posizioni e momenti, sarebbe emersa una condotta passata di cui vergognarsi.

È evidente la doppia anima del nostro illustre ospite. Di giorno, alla direzione della RCS, insegue le notizie, dà voce a chi la pretende, offre l’istante al suo pubblico; di notte, fra le pieghe della storia, rilegge il passato, confronta, analizza, medita, cerca una ratio nel disordine degli eventi.Created with Nokia Smart Cam

Quattro video inframmezzano il suo discorso: sono belle immagini di repertorio senza voce narrante, proprio perché le parole deviano l’attenzione dai fatti. L’ultimo, quello sulla Shoah, costringe molti ad asciugare le lacrime. Eppure anche in questo caso Mieli, un ebreo, un superstite di una famiglia a metà sterminata dalla furia nazista, invita alla moderazione: l’indignazione contro i campi di concentramento è montata solo negli anni Sessanta e il comportamento degli Alleati non è stato esente da omissioni. Perché non furono mai bombardate le rotaie che portavano ad Auschwitz? E devono essere considerati vittime quegli ebrei collaborazionisti che si posero come amministratori dei ghetti e dei campi di concentramento?

Il tempo è il solo giudice.

Per questo, Mieli non parla del presente, neppure quando i ragazzi lo chiedono con l’impazienza dei loro diciotto anni.

Solo per la nostra città fa un’eccezione, per L’Aquila terremotata dal sisma e dalla disinformazione. Ci insegna a non disperderci in un refolo di manifestazioni tutte uguali, che mitridatizzano e desensibilizzano l’opinione pubblica, ma a pretendere attenzione su pochi punti fondamentali, prima fra tutti la mistificazione del processo alla commissione Grandi Rischi, diventato per buona parte dei media una farsa in cui l’oscurantismo aquilano chiedeva la testa di chi non aveva saputo prevedere un terremoto imprevedibile.

A nome del giornalismo italiano, ci ha chiesto scusa, proprio lui che mai è caduto in questo equivoco.

Quest’estate, ricordo, fece polemica la provocatoria affermazione di Massimo Fini, che manifestava il desiderio di uccidere Paolo Mieli, perché, le poche volte che lo aveva avuto come commensale, si era accorto solo al dessert di essere stato ingiuriato tutto il tempo, pur con il tono lepido e la tranquillità di eloquio che contraddistinguono il direttore della RCS.

Ed io vorrei resuscitarlo mille e mille volte perché ho capito solo a casa, ripensando alla conferenza, che Mieli (nomen omen) è riuscito ad ammannire ai ragazzi la medicina più amara e che il miele delle sue parole nasconde un aculeo destinato a pungolare a lungo la nostra coscienza: l’oblio, la scelta razionale di dimenticare gli eventi nel momento della massima virulenza per riprenderli più tardi, a telecamere spente, è l’unica vera saggezza che la storia ci insegna.

Leggi anche “Incontro con Paolo Mieli e Annalisa De Simone”

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