Incontro con Roberto Baldazzini

Roberto Baldazzini risponde al moderatore Davide Adacher. libreria Mondadori di L'Aquila
Roberto Baldazzini risponde al moderatore Davide Adacher. libreria Mondadori di L’Aquila

23 settembre 2014: anniversario dell’eccidio dei nove martiri aquilani, giovani stroncati dalla furia nazista all’alba del loro percorso di contestazione.

La platea che affollava l’angolo conferenze della libreria Mondadori di L’Aquila si aspettava da Roberto Baldazzini essenzialmente una lezione di storia. L’ha avuta di umiltà.

Schivo lo sguardo, flebile la voce, Baldazzini non incarna neanche fisicamente il prototipo dell’artista di successo, tanto che mi è stato difficile immaginarlo intento a disegnare le scene hard che l’hanno reso internazionalmente noto.

Da quel passato, del resto, egli mira ad emanciparsi. È cambiato, ci dice subito: in maniera quasi impercettibile il desiderio di confrontarsi con il mondo, la ricerca di universalità e cosmopolitismo che hanno generato “Casa Howhard” si sono dissolti in una nostalgia del particulare, della natura, dei sapori locali.

Parlare della resistenza modenese dopo aver dato corpo ai desideri impudichi della sua generazione significava ridurre drasticamente il proprio bacino di utenza. Eppure “L’inverno di Diego” è una storia che gli bruciava dentro e che è venuta fuori in sei anni di documentazioni, prove, narrazioni.

Dal suo buen ritiro a Vignola, Baldazzini ha ascoltato dai vecchi partigiani le storie della gioventù, rese epiche dagli anni e dalla storia. Alfredo Cavazzuti, in particolare, gli ha parlato di un’imboscata tedesca, di colpi esplosi all’improvviso che ammazzarono il suo compagno e lo presero di striscio: una pallottola gli resterà conficcata nel collo fino alla fine della guerra.

La sera Baldazzini disegna quella scena: i piedi che affondano nella neve, il contrasto fra quel bianco e il rosso che sgorga dalla ferita. La storia, poi, resterà in bianco e nero per le parti storiche, nelle sfumature di grigio per le vicende individuali: sarà una scelta obbligata, confida, perché il mondo in quegli anni era così, per la tecnologia ancora embrionale dei media, certo, ma anche, metaforicamente, per la nettezza dei contrasti politici.

Da questo nucleo forte nasce il fumetto, e negli anni cresce: Baldazzini lo vive così, in fieri, con la storia che si dipana mentre la disegna, con le battute dei personaggi che sembrano scaturire dalla forza stessa dell’immagine. È l’opera della sua maturità, non vuole appaltarla agli umori del mercato: per questo non cercherà un editore se non dopo averla ultimata.

Con la stessa onestà, su domanda di Davide Adacher, il bravo moderatore, Baldazzini risponde inaspettatamente che non si rivolge ai giovani, che, anzi, percepisce negli incontri con le scolaresche un muro comunicativo che nemmeno la curiosità dei giovani riesce a scalfire.

Per loro, sono storie del passato; per noi, ricordi di famiglia.

Aggiunge anche che il fumetto è genere per adulti, ormai, almeno in Italia, dove persistono molte remore su una tipologia narrativa che in Francia ha ben altro pubblico: basti pensare, chiosa sornione, che persino Tex Willer, il top seller fra i fumetti in Italia, è acquistato da chi non ha mai smesso di leggerlo e non guadagna nuovi lettori fra i giovani.

Anche durante i firmacopie, racconta, sono moltissimi i nonni che gli chiedono di autografare il libro per un nipote, ma ben pochi i ragazzi che spontaneamente ne decidono l’acquisto: i fumetti, che hanno popolato i sogni della nostra infanzia (quanti “Topolino”, quanti “Geppo” ho letto in quei pomeriggi anni Ottanta!), tra i giovani non hanno lo stesso appeal.

La sincerità disarmata di Baldazzini nel parlare di sé mi ha sedotto al punto che, per la prima volta, ho acquistato una graphic novel anche io.

Precedente Ballata di un amore incompiuto Successivo Barletta