Kitchen di Banana Yoshimoto (35/1001)

Bah! Banana Yoshimoto non è nelle mie corde.
Iniziai a leggere Kitchen diversi anni fa e abbandonai quel fumettone in prosa dopo poche pagine.
L’ho ripreso in omaggio alla lista dei 1001 libri da leggere almeno una volta nella vita e sono riuscita ad ultimarlo a stento.
A me il ricorso alla magia pare, con le dovute, fulgide eccezioni, un comodo espediente degli autori per sopperire alle mancanze della trama e in kitchen non mancano certo i passaggi inspiegabili.
A qualcuno potrà far tenerezza l’idea di due amici che sognano contemporaneamente la stessa cosa o il varco temporale che permette di congedarsi dalle persone amate e prematuramente venute meno o l’inspiegabile illuminazione per cui, tra mille finestre tutte uguali, ci si diriga senza fallo verso quella dell’amato bene.

Io, purtroppo, non sento l’incanto e annuso l’impostura.
E mi viene il sospetto che il grande successo di Kitchen sia dovuto alla figura, in realtà ben riuscita, di Eriko, il “mammo” del protagonista, bellissima donna che, prima dell’intervento, fu un uomo.
Sulla sua avvenenza, Banana Yoshimoto, tramite l’io narrante, usa parole definitive: “A osservarla con molta attenzione ci si accorgeva che aveva anche alcuni aspetti “umani”, per esempio qualche ruga dovuta all’età, o i denti non perfettamente allineati. Ma nell’insieme era favolosa. Faceva venir voglia di vederla ancora. Aveva lasciato dentro di me una scia di splendore caldo e luminoso. Ecco cos’è il fascino!”
Eriko si presta benissimo a diventare un’icona gay e questo mi intristisce molto.
Io vorrei un mondo in cui l’orientamento sessuale non fosse soggetto a discriminazioni né a commenti morbosi e non ci fosse bisogno di icone gay perché essere gay dovrebbe avere lo stesso impatto che ha, nella definizione di un uomo, il numero delle sue scarpe o il colore dei suoi capelli.

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