L’elogio del barista di Caterina Ferraresi (10/17)

L’elogio del barista di Caterina Ferraresi è una sferzata di buonsenso che mette di buonumore.
Il libro nasce da esperienze professionali: sul suo lettino da psicoterapeuta, infatti, oltre a pazienti a pieno titolo, giacciono anche uomini e donne perfettamente sani, che cercano nell’inconscio un comodo alibi per procrastinare decisioni scomode o per autoassolversi dalle negatività della vita.
Con loro, Caterina Ferraresi è rude fino alla durezza: prendete contatto con la realtà, agite, non piangetevi addosso!
Il lamento“, scrive, “è una voce narrante molto comune nella nostra vita: a metà tra il grido e il pianto, non riesce a esprimere né l’aggressività della rabbia né il dolore delle lacrime. E’ la non scelta per eccellenza […] Il lamento ha in sé un potere paralizzante. Una sorta di botulino psichico: Un’autoinoculazione di anestetico. Un virus che si replica all’infinito nel nucleo delle cellule vita“.

Caterina Ferraresi non ne può più di ascoltare gente intenta a guardarsi l’ombelico mentre la realtà sfugge di mano.
Non è la sola: si dice che Lacan, al termine della sua carriera, arrivasse a schiaffeggiare i pazienti più restii all’azione.
E invece, ecco stuoli di inetti pronti a vomitare offese su chiunque non sia pronto ad assecondare sogni e progetti di vita.

Mi sembra quasi di sentirci mentre leggo gli epiteti con cui allontaniamo da noi ogni torto: “Stronzo, con quella tr che trancia l’aria come una mitragliata, cazzone, con quell’identità di zeta a rappresentare un cervello al lardo di colonnata, deficiente, con l i sibilante come una stoccata al fioretto“.
Lo stile icastico di L’elogio del barista strappa spesso una risata e suscita il sarcasmo; al termine dell’amena lettura, tuttavia, ci si sente un po’ meno sguarniti in quel difficile mestiere che è capire se stessi.

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