La concessione del telefono di Andrea Camilleri (28/1001)

La concessione del telefono è stata una delle prime opere di Andrea Camilleri lette, avidamente, una quindicina di anni fa, quando, letteralmente folgorata da Un mese con Montalbano, recuperai tutti i romanzi già editi del non ancora conosciutissimo scrittore per gustarmeli con estremo piacere in rapida successione.
Dopo tre lustri di fedeltà, però, si è spento in me quell’ardore.
I suoi libri non mi interessano più; continuo a comprarli, ma li sbocconcello annoiata e, spesso, li dimentico in qualche borsa dopo poche pagine.
Da tempo mi ripromettevo, dunque, di rileggere alcune delle storie che amai di più, per scoprire se il disamore sia dipeso dall’evoluzione del mio gusto o dall’inaridimento della vena creativa dell’ormai anziano scrittore.

L’inserimento di La concessione del telefono fra i 1001 libri da leggere prima di morire ha favorito la mia rilettura dapprima entusiastica, poi, pian piano, più tiepida.
Alla metà, mi sono arenata di nuovo.
La narrazione affidata a reperti diversi (lettere, fonogrammi, verbali, pizzini, con relative scelte lessicali), che mi parve allora assai innovativa, è ormai diventata stilema diffuso.
Le situazioni boccaccesche che allora mi sembrarono trasgressive mi appaiono nella loro volgarità.
Eppure, quando, dopo un mese di quarantena, ho ripreso in mano La concessione del telefono per ultimarlo, sono stata avvinta di nuovo fra le spire della narrazione, paga di quel gioco di specchi deformanti che mistifica la verità e dà sugo alla narrazione.
Gli infiniti disagi a cui va incontro il protagonista che desidera la concessione di una linea telefonica vi sembrano bizantinismi ottocenteschi? Non più tardi di quindici anni fa a me è successa una storia assai simile.
Non avendo la penna di Camilleri, me la tengo per me.

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