La confraternita del Cif Ciaf a Rosciano (PE)

La confraternita del Cif Ciaf ha un nome che è una dichiarazione di intenti.
Lo pronunci e ti pare quasi di sentire il rumore del pane che si inzuppa nell’olio saturo di grasso suino e riemerge gravido di sapori.
Per quanto una recente etica alimentare voglia colpevolizzare cibi del genere, per noi abruzzesi il Cif Ciaf continua ad essere sinonimo di allegria ed amicizia.
Infatti, la Confraternita del Cif Ciaf non è un banale ristorante, ma un circolo frequentato da chiunque ami il cibo buono a chilometro zero.
Si apre secondo l’estro dei proprietari, una o due volte a settimana, ma la resa vale l’attesa.
Il pranzo è a menu fisso e non dura mai meno di due ore, comprese le frequenti incursioni nel grande parco intorno, fra olivi, amache, panche e tavolini per godere delle bellezze della collina teatina.

Su un vassoio in legno, sono serviti gli antipasti freddi: prosciutto, lardo, salami di carne e di fegato, pecorino all’olio e verdurine.
Dopo gli antipasti caldi, le aspettative dello stomaco sono già tutte soddisfatte: in particolare, oggi ad una zuppa di cicerchia arricchita da squisiti funghi in umido mancava solo la parola.

La zuppa di cicerchia della Confraternita del Cif Ciaf

Al confronto, le pallotte cacio e ova e la pecora alla cottora sono parse più ordinarie.
Per primo, cotti nel suogo della pecora, sono stati serviti dei bucatini, piuttosto ordinari, in verità.
Subito dopo, ci sono stati proposti dei buoni gnocchetti al sugo di basilico.
Ed ecco che, colpo di scena, dalla cucina è uscito un rubicondo anfitrione che, in polemica col cuoco della Confraternita del Cif Ciaf, ci ha fatto assaggiare gli gnocchi cotti nel sugo dei bucatini.
Altro che delicatezze al basilico!
Noi siamo gente de panza, gente de sostanza!

Guanciotte di vitello al Montepulciano alla Confraternita del cif Ciaf

CI aspettano ancora due secondi: le guanciotte di vitello al Montepulciano, contornate con purè di patate, di una delicatezza e di una morbidezza uniche più che rare, e porchetta, dalla crosta prelibata, rorida di grassi, insomma, da manuale della cucina abruzzese.
Ci hanno proposto, poi, una insalata chiara con mango, ravanello, finocchio e fettine di cachi così dolci che ho tentato di comprarne un barattolino. Missione fallita, non esiste conserva: sono cachi colti ancora duri, lasciati qualche giorno sotto alcool per annientare il retrogusto allappante, e messi al congelatore.
Il colpo da maestro sono poi i liquori finali.
Ero astemia, ma dopo aver assaggiato l’arancello, versione arancione del limoncello, e aver chiesto addirittura il bis, forse mi sono redenta.
Per un pranzo luculliano come quello odierno, i 25 euro di conto sono davvero un rimborso spese!

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