La donna mancina di Peter Handke (34/1001)

La donna mancina di Peter Handke è una Mrs. Dalloway spaventata.
La sua vita è narrata per fotografie.
Ogni flash, descritto fino al dettaglio e svincolato dal successivo, par cristallizzare “la donna mancina” in ognuna delle sue sfaccettature.
La vediamo di volta in volta premurosa e rude, silenziosa e ciarliera, concentrata e nervosa, intenta sempre alla vita e mai al pensiero.
Il suo è un agire istintivo, irrazionale, fatto di contraddizioni e confusioni, di dolcezza e inconsistenza.
Gli uomini che la circondano (marito, padre, figlio, corteggiatore, editore) percepiscono la sua personalità fluida e ne rimangono invariabilmente affascinati.
Marianne, la donna mancina, sa trattenere la luce, sa accendersi di un desiderio repentino, sa seguire il ritmo del suo cuore e vivere senza costrizioni.

Pazza?
Bizzarra?
Umana, forse, come tutti noi, se evitiamo di tratteggiare i punti della nostra giornata alla ricerca di un fallace filo conduttore.
Legata come sono all’idea tradizionale di una trama che giustifichi la narrazione, ho invano atteso un punto di Spannung.
Non l’ho trovato nemmeno nello strano party che impegna contemporaneamente tutti i personaggi del libro: non c’è gruppo, solo esistenze solitarie che hanno bisogno degli altri per vedersi vive, ma in fondo tutte danzanti secondo una propria irriproducibile musica interna, in un insieme stonato e carico di energie, che è perfetta metafora della vita.
I critici avvertono che questo libro, fin troppo onirico per i miei gusti, è il lavoro più tradizionale di Peter Handke.
Non sono perciò invogliata ad approfondire la mia conoscenza dell’autore, ma qualcosa di questo suo ritmo vitale resterà per sempre nella mia (in)coscienza.

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