La notte di fuoco di Eric-Emmanuel Schmitt (15/16)

WP_20160327_001La notte di fuoco è inenarrabile.
Se Dio cercava un testimone della sua esistenza, non poteva trovarne uno più facondo di Eric- Emmanuel Schmitt.
E questo prezioso libello pubblicato dalle edizioni e/o, maneggevole, graficamente perfetto, si fa grimaldello per lacerare dubbi e torpori che paralizzano gli animi.
Eric- Emmanuel Schmitt sa raccontare: le parole si fanno immagini, le immagini deflagrano nelle emozioni.
Sperso nel deserto del Sahara con poca acqua e nessun equipaggiamento, vive una sorta di consustanziazione che lo rende parte dell’universo, atomo di un Tutto sferico e perfetto.
Il racconto di quella notte che sarebbe dovuta essere di terrore e che si è trasformata in una esperienza plurisensoriale può essere rievocata solo attraverso la penna di Schmitt e dovrei trascrivere il libro intero, perché ogni paragrafo prepara il successivo e rafforza il precedente, in una esperienza di lettura consigliabile a chiunque sia in cerca del senso dell’esistenza.

Ma Schmitt deve fare i conti con il suo passato di filosofo imbrigliato nella tirannia della ragione: “I contemporanei fanno agonizzare l’uomo. Attribuendogli il merito dell’intelligenza lo adulano e al tempo stesso lo condannano a una solitudine radicale. L’uomo diventa l’eccezione: pensa in uno spazio che non pensa, si commuove in una scenografia apatica, segue le piste del giusto e dell’ingiusto in un caos amorale. Si fa chiudere fuori! Senza possibilità di evasione! Quella polvere di stelle definita uomo si rivela un increscioso errore“.
Lo spirito, invece, è libertà. “La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua ad essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. liberi di darne una lettura riduttiva, liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo. Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossae: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto fra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto.”
Il libro ha molto altro: storie di viaggio, curiosità sui tuareg e sulla vita nel deserto, flash sui partecipanti all’escursione, descritti tutti con la sapidità che è connaturata in Schmitt. Tutto svanisce, però, di fronte alla possente descrizione di un’esperienza indimenticabile, la notte di fuoco.

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