La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone (10/2015)

la tentazione di essere felici

A dicembre, Il Libraio, un punto di riferimento nella giungla delle novità editoriali, ha proposto l’excerptum di un romanzo dal titolo promettente: La tentazione di essere felici, siglato dall’esordiente Lorenzo Marone ed edito da Longanesi.

È stato una folgorazione fin dalle prime parole: “ Mio figlio è omosessuale. Lui lo sa. Io lo so. Eppure non me l’ha mai confessato. Niente di male, sono molte le persone che attendono la morte dei propri genitori per lasciarsi andare e vivere liberi la propria sessualità. Solo che con me non funzionerà, ho intenzione di campare ancora a lungo, almeno una decina d’anni. Se Dante vorrà emanciparsi, quindi, dovrà fregarsene del sottoscritto. Io a morire per i suoi gusti sessuali non ci penso proprio”.

Il vecchio burbero che parla si chiama Cesare (come mio nonno, come mio cugino) Annunziata (come il monumento simbolo di Sulmona, la mia città d’origine) e ha bisogno di poche pagine per far breccia nel cuore di lettori ben più tiepidi di me.

Io che sono una pasionaria della lettura, però, ho vissuto come una malattia il mese intercorso fra la scoperta dell’esistenza del libro e il momento in cui è finalmente planato sugli scaffali delle librerie aquilane e, quindi, fra le mie mani.

Tanta attesa è stata ripagata: La tentazione di essere felici è un romanzo che non si dimentica facilmente.

Lorenzo Marone riesce a conciliare un tono divertito, svagato, bonario, e una saggezza di fondo che istiga come e più di un manuale di selfhelp a godersi il bello della vita.

Cesare Annunziata, un po’ uno Zeno che ha smesso finalmente di contare le sigarette, un po’ un avvocato Malinconico che ha finito di parlarsi addosso, giganteggia in tutto il romanzo perché ha il coraggio di essere se stesso, di proclamare verità scomode, di cercare la felicità nell’appagamento dei propri piaceri e non nella normalità, dal cui tanfo si è emancipato con la pensione e la vedovanza.

Un egoista? Per rispondere con le sue parole “un egoista è qualcuno che persegue il proprio benessere ad ogni costo, io il benessere non l’ho mai raggiunto. Anche come egoista ho fallito”.

Un aspirante egoista, forse, che sa ben teorizzare che gli affetti procurano dolori, che solo la solitudine tutela da ansie e delusioni.

Un aspirante egoista che che poi si circonda quasi suo malgrado di personaggi adorabili per i quali palpita, si preoccupa, ama.

La sua è una vita qualsiasi, senza grossi dolori e senza grandi gioie, senza misfatti e senza santità. È anziano, sì, e se ne vanta: “Chi si lamenta della vecchiaia è un demente. Anzi, no, cieco mi sembra più azzeccato. Uno che non vede a un palmo dal proprio naso. Perché l’alternativa è una sola e non mi sembra auspicabile”.

L’originalità del personaggio sta nella sua misantropia controllata: sa godere delle gioie della vita (nelle ultime pagine si produce in un elenco di mi piace che è pura, inarrivabile poesia), ma non si pone come un giullare a ricordare a tutti quanto sia felice. Cesare Annunziata non ostenta, e proprio per questo brilla di arguzia e originalità.

Attorno a lui si dipana una storia drammatica, attuale, ben articolata, ma resisto alla tentazione di accennarvi per non rovinare le sorpresa che Marone sa dosare pagina dopo pagina.

Vi lascio con questa allegoria, che chiarisce in immagine il senso di una frustrazione che vivo da anni: “All’epoca ero un ragazzo pieno di belle speranze che credeva alla favola secondo cui la vita è una scala da affrontare scalino dopo scalino per giungere, infine, all’eden. Che tutto fosse da conquistare poco alla volta e con grandi sacrifici, insomma. Gli anni, invece, mi hanno insegnato che la salita non è poi così semplice, perché spesso la scalinata è fradicia e i pioli cedono sotto il peso”.

Precedente Sorrento (NA) Successivo Il ristorante Ferro e fuoco di L'Aquila