L’Abbazia di Farfa

Cerco di leggere in me i motivi per cui non ho apprezzato troppo la meravigliosa abbazia di Farfa, che aveva tutto quel che serve per entusiasmarmi e che, tuttavia, mi ha lasciata scettica e piuttosto fredda.

Innanzitutto, sono giunta all’abbazia con l’animo turbato dalle emozioni del vicino museo del silenzio di Fara in Sabina: il confronto fra quella quiete e la confusione di turisti e locali che passeggiavano nel borgo farfense è stato a tutto svantaggio di quest’ultimo.

La signora addetta alla visita guidata, poi, mi è stata immediatamente antipatica perché, a mio avviso, saccente e superficiale insieme: abbiamo percorso l’interno del monastero a tutta velocità, in uno sproloquio di date e dati che non permetteva pause né domande.

Nel refettorio, che fino agli anni Settanta ospitava a pranzo un gran numero di studenti, addirittura 150 nei periodi di massima affluenza, e che oggi è stato trasformato in una sala conferenza, trionfa un dipinto sconvolgente nella sua misoginia: la Maddalena, unica donna, prostrata ai piedi di un Cristo impietoso che si rivolge a lei con un misto di comando e disprezzo più affine a un bunga-bunga contemporaneo che alla lavanda dei piedi descritta nei Vangeli.

Come se non bastasse, nell’erboristeria all’uscita del monastero mi sono lasciata tentare dal cioccolato con le nocciole dei Trappisti: 5,50 euro per una tavoletta di 150 grammi che il mio palato ha trovato assolutamente dozzinale.

Questo coacervo di impressioni negative ha avuto la meglio, nel ricordo, sui molti particolari interessanti su cui pure si è accesa la mia attenzione.

Nella chiesa riccamente affrescata, la controfacciata fiamminga ad olio è sconvolgentemente bella: sarei rimasta ore a guardarla. Mentre la guida sciorinava dettagli sulla preziosa icona bizantina della madonna nera incastonata nell’ottone dorato, mentre ci aggiornava su vita e opere del beato Placidi, mummificato in un angolo della Chiesa e lì venerato per le sue capacità miracolistiche, tornavo a girarmi verso il giudizio universale potentissimo che giganteggiava alle mie spalle, monito per chi esce dalla chiesa a seguire in questa vita i dettami evangelici.

Nell’unica sala della biblioteca da noi visitata, sono stata folgorata da un’intuizione ammirando un bel cantare con lettere cubitali: 70 kg di papiro e metallo (la copertina, pesantissima, serviva a schiacciare i fogli, che con l’umidità tendono a deformarsi, crescere e poi spezzarsi) in cui sono conservati i testi per il coro. Ho pensato che forse il gobbo televisivo nasce da qui, dalle enormi lettere dei canti sacri.

Anche se non amo l’arte contemporanea in generale (in particolare, poi, quando, come qui, è mescolata e confusa all’architettura del passato), non sono rimasta indifferente alle opere di Lele Luttazzi, grande artista recentemente scomparso a cui fu commissionato un monumento che narrasse la storia dell’abbazia.

Anche qui, se la guida non ci avesse catapultato fuori in tempi brevi dopo aver snocciolato senza entusiasmo i dati dell’opera (tra l’altro sovrapponendosi alle voci narranti che, fuoricampo, avrebbero dovuto creare suggestioni plurisensoriali), mi sarei dilungata maggiormente su questa struttura insolita.

Due scene, però, sono indimenticabili.

Il momento in cui Carlo Magno arriva a Farfa nel suo viaggio verso l’incoronazione e il prestigio che ne consegue sono rappresentati in maniera scultorea con un sovrano grandissimo e tanti pupi siciliani che battagliano sullo sfondo.

L’altro grande rifondatore, frate Ugo, è ugualmente rappresentato fuori scala: all’interno del suo corpo, però, sono riprodotte scene di vita monastica con pupazzetti stile Thun. In una stanza attigua, ci sono scenografie bellissime e molto colorate sulla vita di Farfa.

All’esterno dell’abbazia, i negozietti, gli stand, i ristoranti dimostrano come sia sempr

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