L’abito da sposo di Pierre Lemaitre (18/2017)

Solo l’ora tarda mi ha costretto a deporre L’abito da sposo di Pierre Lamaitre sul comodino per concedermi a Morfeo.
E di notte ho sognato di leggere.
Leggevo e la storia si dipanava appassionante, insolita, piacevole.
Mi sono svegliata dicendomi che Lamaitre era un genio; pochi istanti dopo mi accorgevo, sgomenta, che il segnalibro era ancora posizionato a metà, che il finale intrigantissimo era un parto della mia fantasia e che dovevo ancora scoprire come Lamaitre avesse inteso uscire dalla situazione blindata che aveva creato.
La realtà ha superato il sogno: il romanzo è molto più avvincente di quel che la mia vita onirica abbia ideato.

Il difetto è uno solo: non si può commentare senza, in qualche modo, fare spoiler.
Mi limito, dunque, a offrirvi qualche credenziale.
L’abito da sposo mi è stato consigliato da un amico, fine lettore, che, dopo aver vantato lo stile, il ritmo narrativo e le atmosfere di Pierre Lamaitre, mi ha suggerito questo sconvolgente romanzo.
E se per il giovane Holden un libro è buono quando, al termine della lettura, si ha voglia di essere intimi dello scrittore per poter chiamarlo ogni volta che si vuole, L’abito da sposo dà smania di conoscere altre persone che lo abbiano letto per commentarne ogni pagina, lodando la progressività delle scoperte e lamentando, qualche volta, una certa lentezza narrativa, peraltro funzionale alla trama.
L’abito da sposa continua a logorare anche dopo aver riconquistato lo scaffale della propria libreria e suscita domande inquietanti e risposte dolorose che si estendono anche alla vita quotidiana, dove l’omicidio non è la norma, ma la manipolazione forse sì.

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