L’amore molesto di Elena Ferrante (17/1001)

amore-molestoL’amore molesto mi fu molesto da subito.
Era il 1993: Elena Ferrante era un’esordiente fra mille, la casa editrice e/o nn ci aveva ancora abituato alla qualità e abbandonai serenamente il romanzo dopo poche pagine iperrealistiche e poco lucide.
Ho ripreso in mano questa storia a distanza di oltre venti anni sulla scorta di suggestioni diverse: una imminente retrospettiva su Mario Martone, alla presenza del regista che ha trasposto il libro in film, la crescente popolarità di Elena Ferrante, l’inserimento di L’amore molesto nella classifica dei 1001 libri da leggere prima di morire.
Inalterata, la sensazione di molestia è tornata ad arpionarmi.

La narrazione, infatti, è artatamente confusa, pur nella precisione chirurgica dei dettagli.
Amalia, la protagonista, resta sfocata ma vivida fino all’ultima pagina, identica, in questo, al quadro senza volto, ma eroticamente esposto che, con rapide pennellate, viene ossessivamente dipinto dal marito.
La sua sensualità inconsapevole turba e indigna la figlia, che in ogni atteggiamento ammiccante di Amalia, in ogni sua risata si trova ad “avvalorare un’ipotesi coltivata […]segretamente: che mia madre portasse inscritta nel corpo una colpevolezza naturale, indipendente dalla sua volontà e da ciò che realmente faceva, pronta ad apparire all’occorrenza, in ogni gesto, in ogni sospiro“.
L’io narrante è appunto Delia, la figlia della donna inspiegabilmente suicida.
Non riesco a provare empatia neanche per lei.
La trovo morbosa, sopra le righe; mi sfuggono facilmente i passaggi narrativi che la fanno transitare da uno squallore all’altro.
Anche l’arroganza manesca degli uomini del romanzo, nessuno escluso, riporta ad un mondo androcentrico di cui nessuno sente più la mancanza.
Grande assente anche la solidarietà femminile.
Delia non sa quasi nulla, ad esempio, delle sorelle: “Avremmo scambiato al massimo qualche telefonata per misurare di volta in volta il crescente tasso di reciproca estraneità“.
Delia, però, sa ben poco anche di se stessa. L’intero romanzo, nei suoi ritmi lenti, nei suoi affreschi raggelanti di una Napoli sporca dentro e fuori, è un viatico alla protagonista perché snidi ed esorcizzi “L’amore molesto” che abita in lei.

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