L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia (2/17)

7204997Alessandro D’Avenia ha appreso bene L’arte di essere fragili.
Ce lo dimostra in un libro irrisolto, pretestuoso e presuntuoso in cui la poesia di Leopardi viene strumentalizzata e distorta fino a farsi Musa di resilienza.
Il furbo autore ammicca a due diversi filoni editoriali: quello del selfhelping, che riduce la vita a qualche generica massima sull’importanza dell’accettazione di sè come principio primo di realizzazione personale, e quello orbitante attorno a “Il giovane favoloso”.
Destinatari del saggio sono i professori di lettere e, loro tramite, schiere di adolescenti.
La tecnica di affiliazione è quella del divide et impera: da una parte i docenti fermi a certe schematizzazioni manualistiche ed estranei alla crescita psicofisica degli alunni, dall’altra i professori sensibili, quei corrisposti amanti dei propri studenti che sanno indirizzare, capire ed appassionare, pronti a rivedere le proprie convinzioni al seguito di un pifferaio magico, Alessandro D’Avenia, appunto

La distinzione è solo apparente: siamo tutti pronti ad enumerare sulla punta delle dita i nomi dei colleghi passatisti, ma nessuno si riconoscerà mai nella definizione.
Insomma, siamo tutti D’Avenia.
Non c’è capitolo, pardon lettera aperta a “Giacomo”, in cui l’autore non scolpisca il proprio monumento.
Arriva addirittura a vantarsi di aver salvato la vita ad una fanciulla che progettava il suicidio per sfuggire ad un mondo di noia semplicemente invogliandola ad attendere l’uscita del suo L’arte di essere fragili.
Ad Alessandro D’Avenia piace ascoltarsi.
Spesso l’intellegibilità della frase è sacrificata alla musicalità del periodo.
Ecco ad esempio la frase che dovrebbe chiarire la differenza fra uno storico e un romanziere: “Una biografia assomiglia a una linea, ma una vita assomiglia a una spirale, il centro rimane nella stessa posizione e i minuti gli si arrotolano attorno, ora più vicini ora più lontani, in base alla fedeltà della propria originalità. Quel centro è il rapimento e l’adolescenza ne è lo scrigno”.
E vi risparmio la pagina delirante sulla grafia di Leopardi, che scrivendo l’infinito, slancerebbe al cielo le linee del suo ductus in un anelito alla speranza molto vicino al “come se fosse antani” di Amici miei.
I tre momenti del pessimismo leopardiano schematizzati nelle letterature sono artifìci didattici che non tengono conto di ripensamenti o di sporadici lampi di fiducia nello sconfortato mondo leopardiano, è vero.
Mi sembra, però, almeno in malafede chi presenta come guru della speranza e della vita il poeta che mostrò al mondo come “dentro covile o cuna/ è funesto a chi nasce il dì natale”.

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