Le correzioni di Jonathan Franzen (32/1001)

Con una certa vergogna ripenso che, dopo poche pagine di lettura, ho definito frettolosamente “una pizza” Le correzioni di Jonathan Franzen.
Le descrizioni precise fino al dettaglio, esasperate anche dalla voce impostata di Vinicio Marchioni, mi erano sembrate insostenibili.
Sbagliavo: è proprio nel dettaglio che Franzen dissacra il sogno americano.
I personaggi si reificano, identificando negli oggetti i propri momenti e le proprie sensazioni. Funge da contraltare l’immaterialità del lavoro di Chip, fatto di parole in libertà, attaccabili, rovesciabili, momentanee e precarie come la vita borderline del protagonista.
Non va meglio a Gary, il fratello maggiore, troppo cerebrale nel continuo scrutarsi alla ricerca di possibili sintomi di depressione e contemporaneamente indifferente alle esigenze dei suoi cari: ogni confronto è un dialogo fra sordi, persi ognuno nelle proprie ossessioni.

Enid, la matriarca, si ostina a vivere in un eterno 1964, puritano e convenzionale: il risparmio piccolo, la disapprovazione per le scelte a suo dire licenziose di Denise, il mondo borghese fatto di rituali e apparenze ripugnano i figli.
Le loro personalità irrisolte deflagrano all’approssimarsi del Natale, presumibilmente l’ultimo.
Puoi mentire al mondo, non alla tua famiglia: sono i fratelli, sono i genitori, sono i figli quelli che ti mettono con le spalle al muro e ti svelano ad una ad una le menzogne sulle quali hai costruito la tua vita.
Ma tu sei sempre tu?
Con abile cambio di visuale, Franzen ci riporta indietro nel tempo, quando Alf, il padre, non era ancora un vecchio che lotta con l’Alzheimer, ma un rigido dirigente, “capo del capo del capo” del primo amante di sua figlia.
Enid, no, lei è sempre uguale: petulante, piagnucolosa, oscuramente scontenta della rispettabilità borghese che si impone e che ammira negli altri.
Difficile orientarsi fra le molte pagine del romanzo: alcuni capitoli, come quello sulle allucinazioni coprolaliche di Alf, sono rivoltanti, altri, come gli incontri in crociera di Enid, sono veri capolavori che toccano nel profondo, altri ancora, troppi, scorrono noiosi fra puntigliose, dettagliatissime descrizioni e irritanti divagazioni.
Nell’esperienza lituana di Chip l’orrore antibolscevico di Franzen genera toni apocalittici non troppo in linea con il resto del romanzo, che al contrario vuol dimostrarci come la gioia e il dolore, la menzogna e la verità, ad onta di tutte le correzioni possibili, siano già iscritti nel nostro DNA.

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