Le nemiche di Carla Maria Russo

Le nemiche di Carla Maria Russo sta finendo.
Le pagine, che fino ad ora hanno volteggiato leggiadre da destra a sinistra, formano ormai un blocco unico di inchiostro ed emozioni.
Un solo capitolo mi separa dall’epilogo e stavolta il dispiacere che sempre mi morde quando finisco un bel libro rischia di degenerare in sindrome da abbandono.
Non vivrò più le emozioni di Isabella d’Este, la sua superbia in eterna lotta con la gelosia, la sua scaltrezza, la sua arroganza.
Non guarderò più il mondo con gli occhi verdi di don Giulio, non lo dominerò con i modi alteri di Lucrezia Borgia, sulla quale credevo di saper tutto e ignoravo molto.

La famiglia d’Este, che in questi giorni è stata mia, tornerà fra le pieghe della Storia e mi ritroverò a fare i conti con la mia vita e col lutto recente che mi morde il cuore.
Non troverò rifugio in una nuova lettura: so bene per esperienza quanto i personaggi di Carla Maria Russo siano renitenti al commiato.
Isabella d’Este e Lucrezia Borgia resteranno per sempre nel mio cuore, nemiche fra loro, ma amiche per me che ne ho condiviso ogni fremito.
Isabella in particolare ha conquistato il mio cuore.
La immagino chiusa nel suo studiolo, “il suo rifugio preferito, nel quale scrivere, leggere i suoi amati classici, meditare e placare, attraverso la forza della ragione, la temperie di passioni che a volte le agitava l’animo. […] Oggi accadeva a lei, Isabella d’Este, di percorrere la parabola dell’esistenza nella sua ascesa e discesa. Molti secoli addietro era toccato ad altre donne e uomini, che avevano vissuto amori, affanni, lotte, invidie, gelosie, le stesse che oggi tormentavano lei. Qual era il senso, la ragione di questo passaggio tanto rapido quanto affannoso sul palcoscenico della vita, come attori che recitano qualche rapida battuta e poi sono costretti a svanire per sempre, senza aver mai chiesto né di apparire né di scomparire? Confrontarsi con i misteri insondabili della condizione umana la costringeva a misurarsi con concetti così vasti e profondi da indurla a ridurre alle giuste proporzioni – quasi sempre piccole e grette- quelle ambasce, quei contrasti, quei crucci, che, fino a poco prima, le erano parse così gravi e insanabili“.
A pensarci bene, è lo stesso effetto che i romanzi di Carla Maria Russo esercitano su di me.
Ripercorro a ritroso Le nemiche, per rileggere il capitolo bellissimo in cui la follia del sanguigno cardinale Ippolito d’Este spazza via un amore e spezza una vita o quello in cui Lucrezia Borgia rinuncia alle rime di Pietro Bembo per le brame di un nuovo, inconfessabile amante.
Non vi rivelo il nome per non fare spoiler, certa che lo tacciano anche i libri di storia.
Solo le pazienti ricerche di archivio di Carla Maria Russo possano svelarne l’identità.
Cerco quelle pagine, dunque, e mi accordo sgomenta di non aver annotato nulla, persa nell’incantesimo della lettura.
Un pensiero improvviso mi regala un sorriso.
D’accordo, ho quasi finito Le nemiche.
Niente mi vieta di ricominciarlo da capo.

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