Le solitudini dell’anima di Maurizio de Giovanni (46/2015)

WP_20151004_001Contrariamente al titolo, Le solitudini dell’anima di Maurizio De Giovanni fa compagnia.

Riconosci in trasparenza piccoli vezzi che sono dei tuoi amici e tuoi oppure vivi esistenze diversissime dal tuo quotidiano, in cui però percepisci il germe della tua follia, come sarebbe esploso se la vita non ti avesse sorriso.

Maurizio de Giovanni piega tutti i moti umani alle esigenze della sua penna così come il vivace protagonista di uno delle storie qui raccolte aveva utilizzato tutti i vizi altrui, lussuria, ira, gola, avidità. A servizio della sua superbia.

La valentia di un autore si valuta dai racconti, e Maurizio De Giovanni è valentissimo.

Quando lo lasci libero dagli schematismi di un romanzo, quando permetti alla sua penna di raccontare quel che vuole, secondo l’estro di un momento, senza le esigenze di una trama, sulla scia delle suggestioni del momento, sa creare piccoli mondi conclusi ora lirici, ora struggenti, ora comici, sempre vitalissimi.

Come già Le mani insanguinate, altro alveo di pepite d’oro regalatoci dalle edizioni CentoAutori, che si stanno ritagliando velocemente uno spazio nella mia libreria e nel mio cuore, Le solitudini dell’anima non ha un filo conduttore.

All’inizio, al centro e alla fine ci sono gli omaggi alla letteratura: un giovanissimo Ricciardi che sacrifica la filosofia all’empiria, un piccolo padre Leonardo Calisi ancora indipendente dai Bastardi di Pizzofalcone, un vecchio narratore che mutua da Edoardo Galeano l’idea mitopoietica della letteratura.

In un percorso catartico dalla tragedia alla satira, che è solo un altro modo per raccontare il male, ci sono le storie piccole di amori finiti o infiniti, che nascono qua e là da qualche spunto autobiografico subito disatteso, e le piccole infelicità quotidiane, fra cui, suprema, la tragicomica descrizione di quelle orribili cene in piedi che infestano negli ultimi anni la vita sociale e che sono in realtà organizzate da una misteriosa corporazione segreta che fa capo ai proprietari di tintorie e lavanderie, che investono così i corposi ricarichi delle loro attività. D’altronde questo mio amico è un artista della macchia; l’ho visto con i miei occhi operare un vero virtuosismo, con un tortellino al ragù indelebile che […]fece il seguente creativo percorso: mento, cravatta Marinella (in tre punti), camicia Brooksfield all’altezza dell’ombelico, jeans Armani con rimbalzo fra entrambe le cosce e trionfale ingresso nella Hogan di sinistra in tela. Un danno quantificabile in uno stipendio e mezzo.

E infine, come contenitore di tutte le storie, Napoli: Napoli città obesa, nelle cui piaghe purulente si annidano i parassiti che la distruggeranno; Napoli chiassosa, scaltra e generosa; Napoli città viva a dispetto di chi, con atti scellerati, ne decreta ogni giorno la morte; Napoli contemporanea, insomma, che in Maurizio De Giovanni ha trovato il suo Vate e il suo cantore.

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