L’estate infinita di Edoardo Nesi (29/2015)

WP_20150625_001Provo gratitudine per il primo, formidabile capitolo di L’estate infinita.

Con una energica zoomata e poche, rapide pennellate, Edoardo Nesi mi ha restituito alla memoria quei momenti magici degli anni Settanta, quando le spiagge erano affollate, gli slip colorati e l’allegria condivisa. Ah, l’istante eterno in cui dagli aeroplani venivano sganciati sul bagnasciuga gadget e manifesti pubblicitari: che gara per raggiungerli! Che trepidazione nello scoprire questi doni che venivano dal cielo e promuovevano oggetti con cui reificare la propria felicità.

Di quegli anni spensierati, Nesi ha succhiato per noi il midollo. Checché ne dicano i manuali di autoaiuto e i santoni che promettono gioia e serenità in poche semplici regole, la felicità non è mai individuale. Nel relax di quelle vacanze al mare, l’Italia guardava fiduciosa al futuro. E noi bambini ci sentivamo protetti.

L’estate infinita è il racconto di quegli anni radiosi. È un dipinto più che un romanzo, un grande affresco che restituisce alla memoria quei tempi formidabili e lontani in cui non si aveva paura di sognare, di investire, di ostentare, di lavorare e pareva che il mondo intero si inchinasse al miracolo italiano.

Non è un libro che possa leggersi d’un fiato.

Deve sedimentarti dentro, deve macerare nella coscienza fino a convincerla che, nonostante il pessimismo diffuso, lo scoramento, la crisi, il genio italico può ancora urlare: “I will survive”, come cantano in coro questi nuovi ricchi, increduli ancora di esser tali, durante un indimenticabile concerto di Gloria Gaynor, che, nel romanzo, scandisce il rito di passaggio tra chi torna a casa dopo essersi divertito per dieci minuti in totale in tutta la sua vita e chi per i prossimi trent’anni finirà per considerarlo un diritto, quello di divertirsi, quasi un dovere; tra chi da ragazzo si riparava nei fossi e nelle cantine dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e chi si avvia a vivere a fortuna immensa d’avere vent’anni nel 1982, nell’Italia migliore di sempre.

E penso, con un’autocommiserazione che non mi è propria, all’incredibile sfortuna di chi nel 1982 aveva solo otto anni ed è nato e cresciuto in un clima fiducioso di sogno cosciente per risvegliarsi, ormai adulto, nell’incubo della crisi e del disincanto.

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