Lettera a Dina di Grazia Verasani (36/16)

Verasani DinaL’ho mancata per una manciata d’anni quella guerra chimica che devastò la gioventù negli anni Settanta e Ottanta.
Mentre io elargivo al mondo i miei primi vagiti e percorrevo con il grembiulino nuovo le ignote erte del sapere elementare, i ventenni di allora sperimentavano per la prima volta su larga scala l’estasi dello spinello e il buco nero dell’eroina.
Non si aveva consapevolezza piena degli effetti: nello stordimento chimico si acquattavano le delusioni e le frustrazioni di una generazione allo sbando.
Lettera a Dina di Grazia Verasani non è un racconto epistolare, come il titolo lascerebbe supporre.
La vita stessa della protagonista, fotografata ora nel presente complicato ora in un passato appassionato, è una risposta a Dina, l’amica del cuore, sbruffona e fragile, arrogante e umile, versipelle nello sfuggire in ogni modo da se stessa.

Dina, la compagna più amata.
Dina, la delusione più grande.
Dina, con le sue spocchie finto-borghesi, la sua bulimia mai controllata, il suo rapporto con una madre bella e concreta da osteggiare, se non si può emulare.
Dina, unico nome pronunciato per intero in una selva di comparse, identificate con la sola iniziale con l’intento apparente di proteggerne la privacy, ma con l’effetto letterario di togliere dimensione al loro agire.
Quando ho preso tra le mani Lettera a Dina, che avevo prenotato assai fiduciosa del talento di Grazia Verasani, ho avuto un piccolo moto di delusione nel constatare che mi avrebbe offerto un viaggio di sole 158 pagine.
Non avevo considerato il peso specifico di ognuna di loro: la grazia della Verasani sta nel raccontare storie brucianti, ben credibili perché ambientate in contesti curati, raccontate con parole in apparenza quotidiane, musicalmente disposte, però, in modo da graffiare il cuore e la memoria di chi le legge.
Un esempio? “E io pensai che se la vita di tua madre era ricominciata a quarant’anni, la tua, a quindici, aveva cominciato a finire“.
Un altro? “Pensavo che mi avevi conquistato per la tua gioia di vivere. Pensavo che, forse, chi ama troppo la vita è sempre il primo a togliersela

Se hai gradito quel che hai letto, regalami un sorriso cliccando “mi piace” sulla mia pagina Facebook

Qui trovi invece la lista dei libri e degli autori di cui parlo nel blog

Precedente Il Tschiutschiubahn sulla Pollatal Successivo Incontro con Alessandro Barbero