L’uomo che metteva in ordine il mondo

La mia amica Simona mi ha dato un suggerimento letterario difficile da ignorare, non solo perché i nostri gusti spesso coincidono, ma anche, perché, da donna volitiva qual è, non si è limitata a consigliarmi “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrick Backman, ma me lo ha proprio recapitato a casa.

La affascinava, in un mondo di young adult, in cui sembra che tutti gli scrittori facciano a gara a regredire a livelli adolescenziali se non infantili, la prospettiva gerontofila dell’autore.

Secondo me, però, l’urgenza del consiglio derivava dal fatto che il protagonista, Ove, è copia conforme di mio marito. Ho amato, così, le rudezze, i malumori, le esilaranti chiusure al mondo dell’umbrofilo personaggio anche perché ne sperimento la tenera insopportabilità tutti i giorni.

Al contrario, io ho molti punti di contatto con l’allegra e sfortunata consorte di Ove, che conosciamo vedovo di fresca data: Sonja, infatti, dava colore al mondo solidamente in bianco e nero del marito.

Backman spiega benissimo quale sia la forza e il limite della sua creatura: “Per comprendere gli uomini come Ove bisognava innanzitutto capire che erano imprigionati nell’epoca sbagliata. Alla vita gli uomini come loro chiedevano poche cose semplici: un tetto sopra la testa, una strada silenziosa, una marca di automobile, un lavoro dove si aveva una funzione, una casa dove le cose si rompevano ad intervalli regolari in modo che ci fosse sempre qualcosa da riparare […]Gli uomini come Ove appartenevano a una generazione nella quale si era ciò che si faceva”.

Purtroppo o per fortuna, il mondo è più complesso e Ove, che ambirebbe solo a porre fine alla sua vita non tanto per disperazione quanto per mancanza di senso, si trova coinvolto in una serie di avventure che spaziano dal comico al drammatico.

Il romanzo è molto agito e colorato, ma, pur nel ritmo dell’azione, Backman trova lo spazio per inserire riflessioni acute come questa: “Amare una persona è come traslocare in una casa nuova. All’inizio ci si innamora senza riserve: ogni mattina ci si stupisce del fatto che tutto ci appartenga, come se si temesse che all’improvviso qualcuno possa irrompere dalla porta annunciando che si è verificato un grave errore e che non era previsto che si abitasse in un luogo così bello. Con il passare degli anni, però, le facciate si consumano, il legno si scheggia qua e là. Non si è più sopraffatti dallo stupore ogni mattina, e si comincia ad amare la casa non tanto per quel che è perfetto, quanto per quello che non lo è. Si impara a conoscerne ogni angolo e centimetro: come evitare che la chiave si blocchi nella serratura quando fuori gela, quali assi del parquet affondano leggermente quando le si calpesta, e come aprire le ante del guardaroba senza farle cigolare. Tutti quei piccoli segreti che rendono la casa nostra, e di nessun altro”.

Dovrei rileggermi questo passo ogni volta che mi dimentico di quanto sia bello convivere con un Ove tutto per me.

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