Incontro con Marcello Veneziani

WP_20150912_015Marcello Veneziani non ha certo il look del folle; al contrario, gli occhialetti da intellettuale, la mise sportiva, lo sguardo vivace e complice dimostrano la sua piena integrazione nel mondo intellettuale.

La sua autorevolezza passa per un eloquio pacato e fluido, in cui termini appropriati si susseguono senza pause ma senza fretta e infiorettano discorsi che hanno la nobiltà del testo stampato e l’immediatezza dell’oralità.

Una platea ammaliata lo ha ascoltato discettare dottamente sul tema della pazzia, nel festival della follia di Teramo. Non è un ospite qualunque: l’idea di dedicare tempo e risorse a quella parte nascosta, ma incoercibile dell’essere umano è sua.

WP_20150912_003È nata al tavolino di un bar a Bisceglie, la sua città natale, luogo d’azione di don Pasquale Uva, che alla qualità della vita dei matti ha dedicato la sua vita: i nipoti l’hanno raccolta e hanno cercato una città che la adottasse.

Teramo, la patria di Marco Pannella e di Giacinto Auriti (l’appassionato propugnatore di una moneta cittadina), ha accettato la sfida e ha organizzato nelle piazze e nei salotti cittadini il primo Festival della Follia.

Marcello Veneziani è stato un relatore di eccezione, moderato nei giudizi, acuto nei distinguo, arguto nelle staffilate inferte qua e là, con apparente bonomia, al malvezzo imperante. In un breve excursus sulla storia della follia, ha reso omaggio alla saggezza dei greci, che temevano perché incontrollabile e rispettavano in quanto sacro l’uomo folle e ne esorcizzavano gli influssi sociali attraverso il teatro, che restituiva alla collettività le azioni del pazzo.WP_20150912_010

Non è un caso, ci fa notare Marcello Veneziani, che pazzia sia l’anagramma di piazza e che follia non si discosti da folla: il folle è chi rompe gli schemi sociali, aderendo a un modello di vita non codificato e quindi non accettato dalla comunità, con cui è sempre in relazione dialettica.

Il suo contrario non è dunque il saggio, o peggio il “normale” (diceva Chesterton che ogni uomo custodisce in sé almeno una piccola follia che gli permetta la felicità), ma l’imbecille, etimologicamente privo di bastone, alla ricerca ebete di una qualunque àncora a cui legare la propria pochezza.

Chi sono dunque i grandi folli di oggi, in politica e nell’arte? La risposta di Marcello Veneziani ci WP_20150912_012stupisce: chi ha successo non è folle, perché non rompe i ponti con la collettività. Il vero folle è destinato a un glorioso fallimento, non occupa posti di potere, non duetta con la gente.

Se mai, sono i creativi quelli che dosano un briciolo di follia con chili di scaltrezza e, differendo in maniera controllata dal viver comune, spingono all’emulazione e all’ammirazione.

Il vero folle è don Chisciotte, quando combatte contro i mulini a vento e solo fin quando è solo a farlo: se imponesse la sua visione personale del mondo agli altri, al posto della follia germinerebbe l’orrore.

Il riferimento alle posizioni naziste di ieri o alle mode giovanilistiche deteriori di oggi non è assolutamente casuale.

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Sul tema della follia leggi anche: Incontro con Pino Roveredo

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