La casa di Marlurita a Pacentro (AQ)

Chi è sazio non crede alla fame.
Chi vive fra gli agi non crede alla veridicità di La casa di Marlurita a Pacentro.
Figurarsi, nel 1978!
Come si poteva vivere nel 1978 senza lampade e senza servizi igienici, senza mobili e senza pavimenti?
Si poteva, se si era nel numero dei diseredati del mondo.
E Marlurita, al secolo Maria Loreta Pacella, lo era.
Era una vecchina, con fama da fattucchiera, alloggiata in uno scantinato dei nobili Caldora, che in gioventù ospito l’intera sua famiglia, e tanto amata dalla popolazione che, alla sua morte, la sua abitazione fu trasformata in museo.
Preparatevi ad un accesso angusto.
Preparatevi, se siete in gruppo, a predisporvi in file.

Lo spazio per transitare nelle due stanzucce di cui si compone la casa di Marlurita è minimo, ma è massima l’emozione che se ne ricava.
Anche il nero della fuliggine sulle pareti, anche la polvere invincibile che si alza ad ogni passo fanno parte della suggestione.
Dove non arrivano i sensi, subentra la memoria storica.
La bara sotto il letto non deve farci rabbrividire, non deve avallare la fama di stregoneria di Marlurita.
Avere un funerale decoroso era l’ossessione dei poveri d’Italia: quando, dopo un’esistenza di stenti, si capitalizzavano i soldi per comprare una bara era festa grande…e siccome nulla andava sprecato e tutto riutilizzato, prima della dipartita era utilizzata come comoda cassapanca.

La casa di Marlurita a Pacentro: la camera

Chiaramente quella esposta a La casa di Marlurita di Pacentro è una aggiunta postuma: l’originale è in terra consacrata e contiene l’unico bene di chi visse di pene.
Essere contadini a Pacentro nel secolo scorso significava massimo sforzo e minimo risultato: in quello che gli antropologi chiamano “paesaggio della miseria“, fatto di appezzamenti piccolissimi, oltre i mille metri di altezza, invasi dai sassi, le frane della Majella vanificavano spesso il lavoro di tutta la stagione.
Marlurita andava a piedi, accompagnata dall’asino che viveva con lei e fungeva da termosifone negli interminabili inverni di montagna.
Non riportava solo radi ortaggi, ma pietre, pietre, pietre, sperando di venderle ai muratori che nel frattempo facevano di Pacentro uno dei borghi più belli d’Italia.
La casa di Marlurita contiene ancora un cesto di vimini con i sassi sottratti uno ad uno alla natura matrigna.
CI sono poi, appesi alle pareti come si usava quando non c’erano armadi a contenere il superfluo, pochi altri oggetti, ognuno con una sua storia, ognuno con una propria disperata dignità.

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