Mi sono perso in un luogo comune di Giuseppe Culicchia (13/16)

WP_20160314_001Mi sono perso in un luogo comune è il libro giusto per quanti si sentono soli in mezzo a una folla vociante perché ormai le conversazioni si assomigliano tutte e tutte vertono su un pensiero unico che articoliamo sempre secondo le stesse vuote, trite parole vitree.
Da anni, Giuseppe Culicchia combatte con le armi dell’umorismo e della pietà una crociata contro gli automatismi che annientano la comunicazione in Italia.
Penso a “Venere in metrò“, una Mrs Dalloway lobotomizzata, e al suo cinguettio compulsivo su Twitter e su Facebook a scandire ogni momento dell’esistenza. Penso a “Un’estate al mare“, in cui la quotidianità dei protagonisti era intervaata ma non scalfita dalle notizie dei media, sempre identiche nelle dinamiche e nelle reazioni: è un libro che mi è caro perché mi ha affrancato dalla tirannia dell’aggiornamento continuo.

Stavolta l’intento è tanto chiaro che vien meno finanche la finzione narrativa. Novello Flaubert, Giuseppe Culicchia compila in Mi sono perso in un luogo comune il “dizionario della nostra stupidità“: un prontuario di idiotismi idioti che pronunciamo come mantra ogni volta che vogliamo sentirci intelligenti senza esserlo.
Culicchia non si ferma alle definizioni, tanto superficiali quanto irresistibili, ma si spinge fino a suggerire le pose con cui accompagnare queste certezze incontrovertibili. Quali?
Che i dentisti sono tutti ladri, ad esempio. Ma ciò vale anche per i politici, per i commercianti, per i meccanici.
Che le svedesi sono le ragazze più belle del mondo e soccombono facilmente al fascino latino (sostenere di averne avuto in gran numero in un recente passato). Ma questa definizione vale anche per le lettoni, per le brasiliane, per chissà quante altre nazionalità.
Che è irresistibile la prospettiva di farsi un selfie dietro monumenti famosi, corredandoli con argute didascalie del tipo “Eccomi al Colosseo”, ma anche “Eccomi alle piramidi”.
Poi, tra queste freddure, compare spesso qualche riferimento autobiografico (ogni occasione è buona, ad esempio, per ribadire che Luciano e Stefano, che lo bullizzavano alle elementari per il suo cognome, sono stupidi), politico (LEOPOLDA: Apoteosi del renzismo. Fulgido esempio di ventriloquismo), sociale.
E chissà, con Mi sono perso in un luogo comune in mano, il Pigmalione di Shaw, professor Higgins, impiegherebbe davvero pochi giorni a lanciare in società la sua Eliza.

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