Mi riconosci di Andrea Bajani (9/2015)

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Dal punto di vista del lettore, Mi riconosci di Andrea Bajani è un libro voluttuoso, non tanto per la forma narrativa, una sorta di lettera aperta post mortem ad Antonio Tabucchi, apostrofato con un tu ossessivo, quanto per gli aneddoti e i particolari di un’amicizia letteraria svelati senza filtri e, almeno per la mia sensibilità, con poco garbo.

Sarà che nei confronti di un mostro sacro come Tabucchi la deferenza non è mai troppa, sarà che la spavalderia di Bajani mi procura una disapprovazione mista ad invidia, sarà che a mio avviso una vita che si spegne merita silenzio e rispetto, non approvo quasi nulla di questo libro.

Non mi piace il compiacimento lugubre sulle spoglie incenerite dalla cremazione, non mi piace la rievocazione del funerale, in cui Bajani si muove da figlio più che da amico, non mi piace l’ostentazione del sodalizio.

Pare che Antonio Tabucchi, negli ultimi mesi della sua vita, soffrendo di insonnia, avesse preso l’abitudine di telefonare a notte fonda agli amici alla ricerca di conforto, soprattutto letterario: il fatto che Bajani confessi che, molto spesso, si addormentava alla cornetta mentre lo ascoltava mi sembra quasi offensivo.

Ma Andrea Bajani è un uomo sicuro. Sapete come nacque la grande amicizia con Tabucchi?

Il grande scrittore, già esule a Lisbona, si trovò a leggere il primo libro del giovane, rampante esordiente e, affascinato, chiese all’editore un indirizzo per esprimergli il suo apprezzamento.

Venuto a saperlo, che fa il Bajani? Si informa sui movimenti del mostro sacro della letteratura, scopre che è in programma in quei giorni una festa a Parigi a cui Tabucchi parteciperà, compra un biglietto aereo per lo Charles de Gaulle e si presenta, armato solo del suo sorriso, al tavolo dello scrittore. “Sono Andrea Bajani”, gli dice, e scocca la scintilla di un’amicizia che, travalicando età e nazione, porta il giovane a frequentare assiduamente la casa e la vita dell’autore di Sostiene Pereira.

Poi, Tabucchi si ammala e ogni movimento, compreso lo scrivere a computer, gli procura sofferenza. Ogni parola, per citare Cioran, diventa una vittoria contro lo sconforto. E Bajani dedica a questo momento di difficoltà una pagina, acuta, sì, ben scritta, sì, ma forse ingenerosa: “ Il dolore, quando ti aggrediva, ti faceva anche sudare. Eri tu che facevi a lotta contro te, tu che cercavi con ogni sforzo di tenerti fuori, ma alla fine la malattia, che era più forte e più determinata, metteva sempre i piede nella porta e poi entrando ti sbatteva a terra grondante di sudore. Era lì che subdolo interveniva l’antidolorifico, il complice insidioso del suo male, che ti portava in un angolo e ti parlava piano e con dolcezza mentre l’altro si prendeva casa tua come ne fosse l’unico padrone, metteva i piedi sul divano, il frigo aperto, l’armadio a soqquadro e la notte giaceva con tua moglie. Però in quell’angolo di sollievo chimico e di finzione palliativa almeno un poco respiravi, ben sapendo che tutto il resto comunque andava avanti”.

E in questa condizione di resa, quale era l’unica consolazione? Ascoltare Bajani che parlava di letteratura, che si soffermava sul romanzo russo (il solo capace, secondo la sua condivisibile interpretazione, di mescolare insieme Dio e la merda, il raziocinio e il delirio) procurava a Tabucchi un sollievo quasi fisico. “La lettura diventava il polmone d’acciaio estremo di quel tuo ultimo periodo di battaglia. Tu ascoltavi in una condizione di quasi beatitudine, ogni tanto di sentivo schioccare e labbra, mugolavi, e sembrava di piacere”.

Non mancano, però, perle di saggezza in questo romanzo, espresse magari da Tabucchi durante qualcuna delle interminabili conversazioni alate che i due sostenevano. Ecco la mia preferita: “Se l’ignoranza fosse un vuoto, sarebbe facile riempirlo di cose, di cultura, di civiltà: Ma l’ignoranza, caro mio, è un pieno. È un muro, e i muri si possono solo abbattere, oppure scavalcare”.

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